Dal 3 dicembre a Palazzo Podestarile la mostra che narra i risultati dei workshop che si sono tenuti fra giugno e luglio

Montelupo Fiorentino negli ultimi anni ha sperimentato diverse modalità di interazione fra le aziende locali e artisti o designer esterni. In poco più di un anno si è passati da un progetto strutturato e fortemente orientato al design e alla produzione, come quello curato da Silvana Annichiarico, ad un’esperienza “fluida” che coniuga i diversi linguaggi artistici, come ci racconta il curatore della rassegna, Christian Caliandro.

“Siamo partiti a inizio estate proponendo quattro residenze dal 18 giugno a fine luglio, con altrettanti artisti: Marco Ulivieri, Laura Cionci, Emanuela Barilozzi Caruso e Marco Raparelli.
Ognuno di loro ha collaborato con ceramisti, aziende o, come nel caso di Marco Uliveri con il Centro Ceramico Sperimentale. Laura Cionci ha collaborato con ceramiche Tombelli ed Emanuela Barilozzi Caruso ha lavorato con Il Giglio e Marco Raparelli con Ceramiche Arno.
Questo progetto nasce come un incontro fra diversi linguaggi, che comprende il mio racconto, ma si arricchisce della narrazione di altri scrittori come la giovane e talentuosa poetessa Claudia Di Palma, lo scrittore Angelo Ferracuti e poi l’occhio del giornalista montelupino, Simone Innocenti”


Christian Caliandro.

Qual è stato il rapporto fra artisti, maestranze e scrittori?

Abbiamo deciso in partenza di non coinvolgere artisti che già avessero familiarità con la materia ceramica. Il senso di questa edizione dei cantieri, infatti, è proprio quello di porre in relazione due approcci che sono molto distanti: un’arte che spesso ha a che fare con l’immateriale e una forma espressiva come la lavorazione della ceramica che non può prescindere dell’oggetto.
Elemento centrale della residenza è stata la relazione, il processo creativo. Ciascun appuntamento è andato oltre la semplice presentazione del lavoro degli artisti, ma è stato un’immersione nella loro poetica.

All’artista, al ceramista, allo scrittore si aggiunge un quarto elemento: la micro comunità dei partecipanti, coinvolti nell’intero processo creativo, anche se con modalità diverse.
Un coinvolgimento che vogliamo emerga nella mostra che andremo a realizzare nel mese di dicembre a Palazzo Podestarile, il cui scopo è quello di costruire un racconto sia con immagini, opere e con i testi.

In questo senso, quindi, è stato centrale il ruolo degli scrittori…

Offrono un punto di vista testuale differente dal mio che in quanto curatore uso l’approccio del critico d’arte. I nostri ospiti ci portano altrove, con la poesia o con una scrittura a metà fra la narrativa e il reportage.
Volevamo un punto di vista laterale rispetto a noi che abbiamo pensato e costruito il percorso. Uno sguardo che sapesse cogliere umori e aspetti sottili che a noi magari sono sfuggiti e una penna che ce li restituisca in modo evocativo.

Fino a questo momento i risultati rispondono alle nostre aspettative.
Si è trattato di un “coinvolgimento anomalo” degli scrittori che solitamente sono chiamati o a presentare il loro libro, o comunque a rivestire un ruolo dai contorni definiti. A Montelupo li abbiamo semplicemente invitati chiedendo loro di osservare quanto accadeva e poi di restituircelo nel loro modo.

Questa esperienza montelupina, che di fatto si configura come unica fino ad oggi, potrebbe essere replicata?

Normalmente un artista viene invitato con un ruolo preciso, con un mandato. Qui abbiamo provato a immergere tutti dall’artista, allo scrittore, ai partecipanti esterni in un processo in fieri, di cui si sapeva l’inizio, ma non la conclusione. Era tutto incentrato sul vivere un’esperienza, costruire una relazione.

Per ora questo modello è replicabile a Montelupo perché qui ci sono tutte le condizioni per svilupparlo e farlo crescere. È fortemente connesso alle caratteristiche strutturali di Montelupo.
La comunità di artigiani locali è molto propensa a confrontarsi con l’arte contemporanea, sono addestrati al nuovo; diversamente a quanto accade in altri luoghi in cui la ceramica è connessa esclusivamente con la tradizione.

Altro aspetto imprescindibile è l’istituzione Museo della Ceramica che travalica la sua funzione ed ha un’attitudine nello sperimentare, nel promuovere contaminazioni fra linguaggi diversi.
Ad esempio, nell’ambito dell’ultimo workshop abbiamo proposto anche un dj set, che è stato parte integrante dell’opera che Marco Raparelli ha proposto assieme a dj Baro di Colle der Fomento.

Con l’estate si è conclusa la “fase 1” e dopo che cosa accadrà?

Ora siamo nel momento della produzione, le idee che gli artisti hanno sviluppato assieme agli artigiani prendono forma. I ceramisti sono parte integrante di tutto il processo, il risultato finale ha più coautori; hanno contribuito attivamente per capire come l’opera poteva essere realizzata al meglio.

A dicembre, infine, inaugureremo la mostra a cui accennavo sopra.
Il racconto in cui entreranno le opere degli artisti, quelle realizzate dai partecipanti, i tesi degli autori coinvolti.

Alcuni dei pezzi progettati andranno anche in produzione?

Lo sforzo che ho fatto continuamente è stato quello di invitare gli artisti a concentrarsi sul processo.  I risultati sono molto più autentici e paradossalmente più adatti ad essere commercializzati.

Ultimo, ma non ultimo: proprio perché il percorso è stato destrutturato ha riservato sorprese in positivo o in negativo?

Se tu fai un percorso che si focalizza sul processo, automaticamente presupponi l’imprevisto come parte stessa di esso. In sostanza crei le condizioni affinché accada ciò che artisti e curatori evitano come la peste: l’imprevisto.
Abbiamo dovuto cambiare due artisti, uno scrittore in corsa. Ma proprio perché i contorni non erano definiti ciò non ha minato l’impianto dei nostri workshop. Tutti i partecipanti e anche noi stessi organizzatori siamo stati chiamati ad avere a che fare con ciò che accade; per questo anche un imprevisto può generare un punto di vista più interessante di quello che era stato pensato in partenza.

In questo tipo di esperienza si richiede all’artista di cedere parti, anche importanti, di autorialità.
Tutto questo processo è strettamente connesso con una ricerca che sto portando avanti da tempo su Carla Lonzi, in cui negli anni Settanta, ha fondato assieme a Carla Accardi il femminismo italiano, basato sull’autocoscienza e la reciprocità. In cui c’è uno scambio continuo dei ruoli.

A Montelupo abbiamo chiesto ai partecipanti di sganciarsi dal loro ruolo, sia di artista che di spettatore. In questo modo l’opera diviene collettiva.

Intervista a cura di Silvia Lami

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