“Pezzi unici e Collezioni d’Autore” – 2

#storieceramiche

Oggi voglio raccontare di un’altra significativa e straordinaria collezione di ceramiche: Offerta a Shiva o Siva realizzate da Ettore Sottsass nel 1964 presso la manifattura Cav. Guido Bitossi & Figli.

 “Faremo altari per sacrificare le nostre solitudini e altri altari per fare l’amore” (Sottsass in “East 128”, 1964). Dopo essere passato attraverso le tenebre, grazie all’amore Sottsass è riuscito a ritrovare la vita e all’amore dedica nel 1964 una serie di piatti.

Le ceramiche “Offerta a Shiva” sono composte da una serie di oltre cento piatti semplici dalle antiche forme rinascimentali perlopiù in terra rossa. La decorazione sobria è stata fatta personalmente da Sottsass; una geometria di segni incisi sull’argilla cruda, cerchi “tirati da un compasso che era un filo di ferro piegato in due”, righe tirate con un chiodo e cerchietti “fatti con pezzetti di tubo raccolti qua e là” (E. Sottsass, Offerta a Siva, in “Domus”, 422, 1965, pp. 49-54).

Nonostante l’affermazione di aver voluto fare dei piatti più o meno decorativi che non dovevano avere una funzione, ma “andavano attaccati al muro e guardati” (Sottsass, Scritto di Notte, 2010, p. 231), si percepisce sempre più vicina l’idea del disegno di oggetti come catalizzatori di percezione.

Nel settembre del 1963 scrive a Londi: “ho visto una Mostra di 204 piatti di Picasso alla Galleria Madoura a Cannes. Quel mostro di Picasso come sempre, anche se ha 84 o 184 o 2484 anni riesce ancora a fare delle cose meravigliose e sorprendenti. […] Così è venuta voglia anche a me di fare piatti, non certo per far concorrenza a Picasso, ma tanto per cambiare, e diciamo che l’idea di fare piatti me l’ha data Picasso, così copierò da Picasso non i piatti ma l’idea ecc. ecc. (sic)” (Archivio Aldo Londi).

Per le ceramiche dedicate a Shiva Sottsass realizza un’infinità di disegni, ma quando i primi trentaquattro piatti di argilla sono fatti, incisi, pronti e finiti qualcosa va storto. Tante le congetture: poteva essere stato il vento entrato nei capannoni deserti della Bitossi ad aver asciugato troppo in fretta le argille, poteva essere stata la regolazione sbagliata della temperatura del forno piccolo o lo spegnimento anticipato dei forni. Rimane il fatto che il lunedì mattina Londi è disperato e a Sottsass non rimane da offrire a Shiva che quei cocci poveri e teneri di Montelupo, cotti a basse temperature, col solo desiderio di raggiungere la felicità “attraverso la luce della forma sottile” (Sottsass 1965).

Questo deve aver percepito Sottsass quando vede i piatti esposti sulla grande tavola alla Bitossi, tanto da asserire di non aver “mai visto smalti così belli, strani, imprevisti, vagamente magici” (Sottsass 2010, p. 232), convalidando il proprio interesse per “la sperimentazione dei materiali, delle tecniche, delle contaminazioni meno ortodosse, il piacere perfino, si direbbe, degli incidenti inattesi …” (Santini, Introduzione ad Ettore Sottsass jr., in “Zodiac”, 11, 1963). E quando, molti anni più tardi, gli verrà chiesto quale è stata l’ultima volta che si è commosso prendendo in mano una ceramica, il suo pensiero andrà proprio a questi piatti.

Marina Vignozzi Paszkowski

“Domus”, 422, 1965.

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