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“Grande Lelio!” gridava con voce gutturale Luis Royo Segura, un grande amico di Manises, con il suo timbro rauco, soffrendo un po’ per spingere in alto il volume come per un hurrà!

Il suono di questo bellissimo e affettuoso saluto mi è rimasto nella mente dal mio secondo, e per ora ultimo, viaggio a Manises, l’iberico gemello ceramico di Monte Lupo tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, quando con Simone Grazzini, accompagnammo Lelio a ricevere la più alta onorificenza municipale spagnola, quella di “Figlio adottivo” di Manises. Un riconoscimento ancora più importante e sentito rispetto alla nostra cittadinanza onoraria perché insieme all’onore gli spagnoli aggiungono l’amore per il figlio. Che spettacolo incredibile! Per le strade tantissime persone lo riconoscevano e lo fermavano. Le donne poi, anche giovani e belle, lo baciavano e lo abbracciavano con grandi effusioni, quasi come un fidanzato che ritorna da un lungo viaggio. Che invidia!

Prima del ceramista, l’uomo. “ Quel rissoso, irascibile, carissimo Braccio di ferro”. Si ma anche buonissimo, generoso, candido e ingenuo, uno che, nonostante tutto crede ancora nella parte buona dell’essere umano. Chi lo conosce può abbinare ad ognuno di questi aggettivi tanti episodi di vita.

Lelio non è figlio d’arte, non discende da una dinastia di ceramisti e non è un “indigeno” montelupino ma frutto di un innesto geo-antropologico dovuto alla storica istituzione dell’allora “Manicomio criminale”.Così si chiamava quando ancora i nostri pur discutibili costumi non erano stati ulteriormente corrotti dall’ipocrisia aliena del “politically correct”.

Figlio della campana Mondragone, nato nell’Istria italiana, fuggito con la famiglia prima del disastro rosso e impiantato a Montelupo, che il padre, visto il nome sconosciuto sull’ordine di trasferimento, temeva fosse uno sperduto presidio carcerario in mezzo alle montagne. Se Pola lo battezzò, Montelupo lo cresimò col fuoco delle bombe e con le macerie della sua casa. Un inizio vivace, non c’è che dire.

Ma l’impianto/innesto non conobbe mai crisi di rigetto e l’istrio-partenopeo si formò alla scuola di fabbrica di Bacchiòle, al secolo Natale Mancioli, dove imparò a disegnare, a copiare dai concorrenti, a sviluppare un progetto. Abilità che, una volta passato all’altra casata-principe, i Bitossi, lo faranno diventare un creativo “sotto copertura” e uno sviluppatore di progetti sotto l’ala di Chiodo, al secolo Aldo Londi. Londi però chiudeva spesso e a lungo l’ala e l’esplosivo Lelio-Braccio di ferro presto si sentì soffocare. Ma “Chi sa, fa”, dove “fare” significa “fare impresa”. Nasce così lo studio 4 che, come nei tre moschettieri contiene l’inganno del numero. Anche qui ce n’era uno in più ma non si chiamò Studio 5. Per questo bisognerà aspettare Berlusconi. Presto gli eventi pareggiano i conti: quattro di nome e di fatto.

Dopo pochi passaggi, la fabbrica nuova a Capraia, dove Lelio progetta un’organizzazione modello con il lay-out allora più avanzato della nostra zona e con il principio fondante che la mano dell’uomo è una regina che però deve essere aiutata ad essere più veloce con ogni mezzo, strumento, attrezzo, impianto o artificio. E in questo, Lelio Rossi, nato sotto la costellazione dell’Aggeggio, fu fecondo inventore di soluzioni tecniche e pratiche. Si sta descrivendo un modello, un caso studio di cosa è, di come pensa, di come si pone obbiettivi e di come risolve i problemi un “Artigiano”. Lelio Rossi, un esempio da manuale di imprenditore italiano che “ha fatto” il fenomeno mondiale del made in Italy, che portò l’Italia con i suoi 50 milioni di abitanti, ad essere la 4^ e poi la 5^ potenza manifatturiera mondiale. Una produzione di gusto moderno, con poca decorazione pittorica, esaltazione delle forme, dei colori e delle eleganze del rivestimento. Il Giappone, in particolare, si innamorerà dei “Quattro”.

Dopo lo Studio 4, chiuso in bellezza e solo per “colpa” dell’Anagrafe, Lelio ha continuato a mettere a frutto la sua capacità di creatore di immagini, di scene – era stato a lungo scenografo del Teatro Mignon – e di ceramiche sviluppando un suo linguaggio tecnico ed estetico-narrativo con i “pagliacci”, con gli ingobbi colorati, con i racconti a fumetti su carta e su ceramica della storia di Montelupo, con i “presepi”, straordinarie raffigurazioni in scala ridotta di ambienti e di mestieri storici, realizzati con incredibile precisione filologica nel ricostruire fedelmente ambienti e strumenti. E’ questo un ulteriore innesto, un’altra faccia del “Poliedro Rossi”, quello della passione per il modellismo di navi e di aerei, coltivata insieme all’amico fraterno Piero Taddei. Non un semplice hobby ma un esercizio di alta specializzazione tecnica. Questo Poliedro ha un’ulteriore faccia, quella delle nuove tecnologie informatiche, iniziata fin dall’inizio di questa nuova era dei computer domestici o “personal” quando, nel 1982, acquista immediatamente uno dei primi esemplari del Commodore 64 arrivati in Italia. Oggi, io profano e analfabeta, assisto con sempre nuovo stupore a questo Ragazzo del ’34, vent’anni “plus agé que moi”, che disegna, modifica, compone sulla tastiera del suo computer grafico come un pianista suona Chopin.

Non può mancare in questo bozzetto il tratto della sua generosità, testimoniato dalle donazioni di collezioni di ceramiche e di plastici, i suoi “presepi”, fatte in Italia e all’estero e presenti sugli edifici di Montelupo. In cambio ha richiesto una sola ricompensa, affetto e considerazione, un riconoscimento che per lui non è mai abbastanza.

Infine il suo “candore che non ha fine”. Sempre alla ricerca di amicizia, forse per vincere una solitudine esistenziale innata e mai estinta, tende a vedere il bene anche dove non è e ignorare il male. Assomiglia un po’ a Mister Magoo, un personaggio dei cartoni animati americani degli anni ’50 ma arrivato in Italia all’inizio dei ’60 che camminava ad occhi chiusi e scambiava la criniera di un leone per la pelliccia di una gran signora, ma non gli capitava nulla di male fino a quando apriva i grandi occhioni miopi. Allora era il finimondo.

Oggi lo salutiamo prigioniero del virus monarchico e del suo amore per la principessa che ha bisogno delle sue cure continue. Grande Lelio!

Paolo Pinelli

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