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Museo Montelupo

La Villa romana del Vergigno

Lo scavo

Dopo un primo saggio effettuato nel luogo in cui erano emerse le prime tracce di una fornace da laterizi, venne liberata dal terreno arativo un’area estesa oltre un ettaro, e recintata poi l’intera porzione di territorio interessata dai ritrovamenti di superficie: qui si sono succedute, dal 1989 al 1994, sei campagne di scavo, talvolta protrattesi per due mesi.

Le indagini, condotte su concessione ministeriale, sono state dirette da Marco Milanese (1989-90) e Fausto Berti (1991-94).

 

 

Quanto emerso dagli scavi condotti negli anni 1989-94 in località podere Vergigno si inserisce con precisione nell’inquadramento storico della villa rustica romana.

La cronologia dell’insediamento è stata stabilita grazie alla restituzione, dagli strati connessi con le fondazioni dell’edificio, di vasellame a vernice nera, del tipo convenzionalmente definito “campana” (tipi a, b, c) e di fittili foggiati con l’impasto detto “chiaro granuloso”, una tipologia ceramica di tradizione etrusca, ampiamente presente nei contesti del Valdarno.

La “chiara granulosa” ha una datazione piuttosto estesa, che si fa iniziare già sul finire del IV secolo a.C., ma molti ritrovamenti ne attestano la circolazione sino all’epoca della colonizzazione romana (80-60 a. C.). L’incrocio tra le due restituzioni datanti suggerisce quindi una cronologia della fase d’impianto della villa compresa almeno nella prima metà del I secolo a. C.: al 50 a. C. si fa infatti risalire la comparsa della “terra sigillata italica” (TSI), assente dai depositi più antichi. Gli strati di vissuto, restituendo in abbondanza TSI, anche nelle sue versioni evolute (bolli in “planta pedis”) ed una moneta con l’effige di Antonino Pio, ci conducono invece in epoca imperiale, mentre le tracce di una cospicua ristrutturazione, databile per la tecnica edilizia impiegata tra II e III secolo d. C., ci avvicina all’ultimo periodo di vissuto del grande edificio.

 

 

Ben lontano dalla parte residenziale dell’edificio, sta infine una grande fornace, destinata alla produzione di laterizi e, con ogni probabilità, anche di anfore.

La struttura della fornace è di tipo rettangolare, con una serie di archi destinati a sorreggere il piano di cottura che si ergeva sopra il cinerario (la parte basale del forno dove si collocava il combustibile), il cui praefurnium sporge dal terreno in direzione est (da questo lato spirano i venti più forti).

La fornace è stata costruita scavando una trincea assai più ampia della struttura che doveva contenere: una volta edificata quest’ultima gli spazi residui furono riempiti d’argilla pressata: in tal modo, già alla prima cottura, la fornace ha ben solidificato i suoi contorni nel terreno, scongiurando così il pericolo che crepe ed altre alterazioni, provocate dalle elevate temperature, la danneggiassero e ne riducessero l’efficienza termica.

 La parte superiore della fornace, essendo destinata alla cottura dei laterizi, si costruiva probabilmente di volta in volta, ammucchiando i materiali in maniera tale da permettere al fuoco di sfogare in alto.

 

Vicino alla fornace è emersa anche la base in pietra di un seccatoio, ove i laterizi e le anfore venivano essiccate prima della cottura; questa struttura poteva però essere utilizzata anche per scopi agricoli.


PARTECIPARE

  • Anche tu puoi partecipare come volontario alle campagne di scavo e alle opere di allestimento dell'area archeologica, associandoti al Gruppo Archeologico di Montelupo.

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