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Museo Montelupo


La Villa del Vergigno: una ricostruzione

Ipotesi ricostruttiva delle aree funzionali

 

Sulla base dei ritrovamenti e attraverso il confronto con altre simili strutture, riemerse nel corso degli ultimi decenni, abbiamo fornito a Inklink le indicazioni con le quali, grazie alla loro eccezionale bravura, i disegnatori hanno ricavato questa immagine. I dati di scavo sembrano effettivamente testimoniare che la nostra Villa Romana abbia avuto un aspetto del tutto simile, nel suo momento di massimo splendore.

 

Nella sua impostazione strutturale questa villa rustica lascia trasparire una tipologia costruttiva ancora poco nota alle indagini archeologiche, anche se ha lasciato testimonianza di sé nelle opere degli antichi scrittori latini di res rustica: la fattoria etrusco-romana.

 

Non diversamente dai medio-grandi impianti della tarda età repubblicana, comunque, anche questa villa, impostata su un’asse di sviluppo che segue l’orientamento SO-NE, si articola funzionalmente su quattro parti diverse, le quali possono essere ripartite in

1) ambienti residenziali,

 2) ambienti misti (a destinazione residenziale e produttiva),

3) strutture agricole,

4) strutture per le altre attività produttive, di carattere prevalentemente artigianale.

Gli ambienti residenziali si caratterizzano a loro volta in: a) portico, b) domus e servizi annessi, c) terme.


Nell’ultima fase di vissuto della villa questo “portico” era in realtà un grande ambiente chiuso di forma rettangolare, privo di divisioni interne, appoggiato per tutta la lunghezza al lato orientale (metri 52) dell’altra porzione dell’edificio che costituiva la parte residenziale della villa.

Al piano terreno, l’edificio mostrava dunque sul suo lato occidentale uno spazio privo di colonne o pilastri esteso per più di 582 metri quadrati. Oltre ad una piccola fornace da ceramica, in questo vasto ambiente erano verosimilmente collocati gli attrezzi agricoli e, forse, in esso veniva stoccato parte del raccolto.

I muri lunghi del “portico” evidenziano 12 lesene, sporgenti verso l’interno ad un intervallo regolare di m 4,15; esse fronteggiano perfettamente quelle ammorsate nel muro opposto: l’aula terrena del “portico” aveva dunque un piano superiore sorretto da travi, le quali fungevano da appoggio per i muri che ne scandivano lo spazio, in maniera tale che i divisori ricadessero sui punti di sostegno. Il maggior dimensionamento dei lati esterni del “portico” era necessario a sorreggere il piano superiore e, soprattutto, a contrastare la spinta ed il peso del grande tetto.
L’intera parte residenziale, considerando anche il “portico”, si sviluppava dunque su due piani, e comprendeva almeno una trentina di ambienti.

Muovendo da nordest verso sudovest si incontrano sette vani, le cui funzioni, mancando i piani pavimentali, non sono definibili. L’ambiente numero 8, invece, può essere identificato, in ragione della sua collocazione, col frigidarium delle terme, in quanto risulta accostato alla vasca del tiepidarium, che a sua volta sta vicino al laconicum (luogo destinato ai bagni di vapore) ed al calidarium. La collocazione delle terme permette anche di ipotizzare il posizionamento, ai piani superiori dei delle grandi sale da pranzo signorili (triclinia, oecus), caratteristiche di questi edifici e delle domus cittadine. Il triclinio estivo doveva infatti trovarsi sul lato settentrionale della villa, esposto ai venti freschi, opposto a quello ove erano state ricavate le stanze termali, sopra le quali, invece, per l’ovvia facilità di riscaldamento degli ambienti, doveva invece trovarsi quello invernale.


Con la ristrutturazione dell’edificio operata nella seconda metà del II secolo d. C. si aumentò notevolmente l’area termale della villa, raddoppiando il frigidarium ed ingrandendo, con l’aggiunta di un ambiente, anche il calidarium: l’intervento comportò anche la creazione di un nuovo ipocausto per la fornace necessaria a riscaldare l’acqua.

Il pavimento del laconicum e quello dei vani adibiti a calidaria risultano ovviamente costruiti su suspensurae, le caratteristiche pile - qui formate da quattro piccoli mattoni quadrati - poste a distanza ravvicinata, che sostenevano un pavimento rialzato in opus signinum (cotto e pietra macinata), sovrapposto in più strati e lisciato in superficie. Gli ambienti destinati a tiepidarium, laconicum e calidarium avevano per soffitto una volta a botte in opera cementizia rivestita di stucco.

Alla fine del calidarium si aprivano due vani, destinati probabilmente alle abluzioni (mostrano infatti un’apertura per lo scarico), pavimentati con esagonette in cotto.

Alla metà esatta degli ambienti annessi al portico troviamo traccia delle fauces (le bocche), l’apertura cioè che permetteva l’accesso al portico secondo il modello più antico della casa romana. Anche questa parte della villa è stata oggetto di una pesante ristrutturazione, ma stavolta allo scopo di modificarne la parte rustica.

L’apertura delle fauces risulta infatti occupata da due vaschette col pavimento in malta idraulica e cocciopesto, probabilmente destinate a contenere la spremitura dell’uva dal torchio, prima del suo trasferimento nei dolia (una specie di grandi orci) o nelle anfore interrare.
Gli ambienti della porzione agricola (pars rustica) della villa, ad eccezione del vecchio locale del torchio vinario, non sono stati ancora esplorati. Sappiamo, tuttavia, che nella parte est di quest’area si trovavano i dolia e le anfore interrate destinate alla produzione ed allo stoccaggio del vino - e, forse, anche dell’olio.

 

 

La ricostruzione grafica realizzata da Inklink è stata finanziata dalla Fondazione Museo Montelupo.

 


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