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A volte abbiamo il timore che le
mostre siano fini a se stesse, l’occasione di un colpo d’occhio effimero
su cose più o meno belle che poi rientrano in riposti cassetti. Ci
possiamo però ritenere fortunati di riuscire ad ammirare in una sola
volta, riuniti in un solo luogo, pezzi provenienti da ogni parte del
mondo che hanno in comune la stessa matrice genetica e che, in seguito,
le vicende contingenti hanno destinato alla diaspora.
In questo la mostra di Palazzo
Medici Riccardi ha centrato il suo primo obiettivo, un risultato che
però non può considerarsi conseguito con facilità: bene lo sanno gli
organizzatori che per ogni singola ‘perla’ hanno dovuto faticare non
poco nel labirinto dei vincoli e delle condizioni di prestito.
L’obiettivo però forse più
avvincente, ancorché meno palesemente eclatante, è il risultato
scientifico. In tal senso la mostra non rappresenta semplicemente una
parata di ‘stelle’ ma l’ultima tappa di un lavoro di anni di ricerca di
studiosi e appassionati che sono abituati a guardare la ceramica non
tanto nelle sue forme compiute, come fossero state appena modellate
dalle mani sapienti dell’artigiano o rifinite dall’occhio esperto del
decoratore, quanto piuttosto attraverso i frammenti strappati alla
terra, analizzati, classificati, riassemblati per quanto possibile e
assegnati alle diverse epoche e alle diverse botteghe. L’attivo e tenace
direttore della Fondazione del Museo della Ceramica di Montelupo, Paolo
Pinelli, mi ricordava che ci sono ancora tante località dove la storia
delle civiltà passate comincia scrutando con attenzione la superficie
del terreno — su cui troppo spesso si passa distrattamente — alla
ricerca di minuti frammenti, di ‘cocci’ che forniscono molte più notizie
di quanto si possa immaginare. In definitiva la scelta di questo o quel
determinato oggetto da esporre, passato integro attraverso il tempo,
talora fatto venire con grande sforzo e dispendio economico da molto
lontano, dipende in buona parte dall’acquisita consapevolezza della sua
prima origine maturata non mediante categorie storiche ed estetiche di
comodo, ma attraverso la conferma sul terreno, la ricerca in loco
di suoi consimili meno fortunati ridotti il più delle volte a vestigia
di pochi centimetri.
L’Ente Cassa di Risparmio di Firenze
ha sostenuto l’impegno finanziario della mostra perché fin dall’inizio
ha creduto nel progetto portato avanti dalla Fondazione del Museo della
Ceramica di Montelupo — di cui peraltro è socio fin dalla sua
costituzione — basato appunto su un approccio pragmatico e scientifico
capace di evocare la storia del territorio per quella che è, con le sue
lacune ma anche con i suoi elementi di certezza. Questa è
un’impostazione che risulta poi preziosa per rinsaldare i legami con la
tradizione in una prospettiva attualizzante, nella misura in cui la
riscoperta di forme e stili antichi può avere un riflesso positivo anche
nelle produzioni contemporanee, avvantaggiando così lo sviluppo
economico moderno di quelle stesse zone che furono un tempo fari di
civiltà e che ancora possono fornire un contributo importante.
Alberto Carmi
Presidente Ente Cassa di Risparmio di Firenze
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