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Il vano nel quale il pavimento
fu inserito trovò una prima definizione come loggiato aperto sul
giardino di Boboli, retrostante alla grandiosa fabbrica del Palazzo,
nelle modifiche che Giulio Parigi attuò a partire dal 1618 per
ampliare la reggia; tali opere si conclusero nel 1625, allorquando
al granduca Cosimo II, che aveva promosso i lavori, era ormai
succeduto suo figlio Ferdinando II.
Due anni dopo la loggia venne chiusa per realizzare un ambiente
assai gradevole da frequentare nei mesi invernali, in quanto
riscaldato artificialmente dall’aria calda che, attraverso apposite
canalizzazioni, risaliva nelle intercapedini delle pareti dal
mezzanino sottostante, ove si trovava la fonderia granducale. |
Per questo sistema di riscaldamento
artificioso, dunque, questa stanza venne poi detta “della Stufa”. A
conclusione dei lavori, fu posto in opera anche il pavimento maiolicato.
La data di fabbricazione e la
realizzazione del medesimo a Montelupo, attraverso la solita committenza
incentrata sulla famiglia dei Marmi (in questo caso tramite Francesco
Marmi, allora provveditore delle ville medicee dell’Ambrogiana e di
Artimino), la si può ricavare dal pagamento della commessa, rinvenuto
dalla Facchinetti Bottai nei documenti relativi alle “fabbriche
granducali” dell’Archivio di Stato di Firenze: da esso si ricava infatti
che il 27 agosto 1627 furono pagati al Marmi 150 fiorini “per la valuta
di un pavimento di terra cotta di Monte Lupo in braccia 147 quadre in
pezzi 2254, quale serve sul terrazzo… di verso la tazza (sic, per
“fontana”) in questo Palazzo de’ Pitti”.
L’uso continuo della stanza,
accentuatosi notevolmente dopo la trasformazione in museo e quadreria
del piano nobile del Palazzo, determinò una rapida consunzione del
pavimento, a cui si cercò già nel 1816 di porre rimedio attraverso un
primo restauro. Poco prima del 1870 il Fortnum, visitando la Galleria
Palatina, affermò di avervi letto “Benedetto Bocchi fecit”, ma tale
scritta non fu più vista da alcuno. Sul finire del XIX secolo, come
testimonia l’Argnani, questo complesso pavimentale era ormai ridotto in
uno stato assai precario; fu così che nel 1914 la manifattura Cantagalli
di Firenze fu incaricata di rifare ex novo le parti più
danneggiate, al fine di restituire leggibilità al medesimo.
Quanto è oggi visibile deve perciò essere considerato — ad eccezione del
pannello centrale, che denota un diverso stato di conservazione —
soprattutto alla stregua di una testimonianza fedele di ciò che
realizzarono i ceramisti di Montelupo nei primi mesi del 1627,
ovviamente sulla scorta di un progetto che venne fornito loro dal
Parigi, il quale sovrintendeva ai lavori del palazzo.
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Particolare del pavimento della Sala della Stufa,
1626-27
Firenze, Palazzo Pitti
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Sotto il profilo strutturale, il
pavimento si articola su di un pannello centrale (Berti 1999, p. 404
tav. 384) munito di una ricca cornice ottagona, ai lati lunghi della
quale corrispondono altri quattro pannelli (Idem, p. 405 tav.
386), mentre si attesta a quelli brevi un numero corrispondente di
parti quadrate, con ampie cerchiature al loro interno (Idem, p.
405 tav. 385).
Come sul soffitto della sala, per
mano di Matteo Rosselli, e sulle pareti della stessa, dipinte da Pietro
da Cortona, si diffonde un programma iconografico d’esaltazione del
Principe, così nel pavimento si sviluppano scene corrispondenti, che
intendono mostrare il trionfo, in pace ed in guerra, della dinastia
medicea.
Nel centro della composizione si trova il pannello che in buona parte
conserva la pittura originaria; esso è occupato da una scena di trionfo
militare, nella quale si mostra il vincitore condotto sulla biga — qui
rappresentata come un cocchio tirato da una coppia di poderosi cavalli —
a percorrere la via trionfale, mentre gli angeli gli pongono corone
d’alloro sulla testa. Nei pannelli lunghi che ad esso si affiancano si
nota un’allegoria della pace e del buongoverno, suggerita da una figura
femminile che sorregge una cornucopia ricolma di frutti, mentre le armi
giacciono abbandonate al suolo. Di più spiccato valore decorativo sono
invece le parti quadrate del pavimento, ove si mostrano paesaggi dipinti
in azzurro e cerchiati di giallo, che quattro erme, partendo dagli
angoli, sembrano sorreggere.
L’idea di “ribattere” (cioè di
riportare, come se fosse riflessa) la decorazione del soffitto sul piano
pavimentale, che il Tribolo, quasi un secolo prima, aveva già introdotto
nel pavimento della biblioteca Mediceo Laurenziana, trova dunque nella
“sala della Stufa” la sua conclusione più “moderna”. La ripresa dei
motivi del soffitto (le “glorie”), che qui è tematicamente palese,
riceve, infatti, un particolare sviluppo figurativo, che supera
definitivamente i precedenti schemi compositivi, propri alle
pavimentazioni maiolicate italiane del tardo Medioevo e del
Rinascimento. Svincolata dalla continua riproposizione di tessiture
strutturalmente predeterminate (ottagonali, a favus etc.) per
l’esigenza di meglio echeggiare il soffitto, la decorazione pavimentale
svilupperà d’ora in poi programmi decorativi che richiedono una libertà
compositiva assai più accentuata, e non si prestano, perciò ad essere
racchiusi nelle rigide maglie geometriche del passato.
Poiché, oltre a questa decisa
evoluzione, assistiamo nella “sala della Stufa” ad una versione più
schematica e meno naturalistica dei decori già impiegati nel pavimento
del Parione, è possibile dedurre che questo “ammodernamento” si debba al
Parigi, il quale probabilmente sviluppò a Pitti, in un senso più
plastico e figurativo, disegni già elaborati dal Ligozzi: quest’ultimo,
infatti, era deceduto nel 1626, e cioè nell’anno che precedette la
fabbricazione di questo complesso pavimentale da parte dei ceramisti di
Montelupo. |