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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
       
 

La maiolica di Montelupo: itinerari fiorentini  II  

Farmacia storica di Santa Maria Novella
Firenze, via della Scala 16, ingresso dall’Officina profumofarmaceutica di Santa Maria Novella

 

Questa farmacia, pur accompagnando probabilmente la vita del cenobio fiorentino sin dal momento della sua fondazione (1221), mostra di aver funzionato per lungo tempo secondo regole “autarchiche”, nel senso che la sua attività era rivolta alla cura dei confratelli.

  zoom  Già al Medioevo risalgono alcune notizie sulla produzione di sostanze medicinali all’interno del grande convento domenicano: nel 1381, ad esempio, si dice che l’infermeria “smerciasse” acque profumate, mentre nel 1457 si sarebbero stillate — questa volta nella “spezieria” — “erbe e rose”.
Come al solito, però, anche se il cenobio possedeva un laboratorio per la produzione di sostanze odorose e medicinali, non per questo si deve pensare che esso esercitasse un’attività pubblica, come forse avverrà nel 1542, allorquando uno speziale laico si troverà alla guida della spezieria di Santa Maria Novella: a quell’epoca, dunque, deve datarsi il primo tentativo di trasformare l’officina interna al convento in un pubblico esercizio.

L’impresa avviata dai Domenicani, però, non ebbe buon esito, poiché sino al 1580 non ha lasciato traccia alcuna nella documentazione archivistica, mentre in quell’anno si trova soltanto un modesto accenno alla fabbricazione di “olii composti”. Tra il settembre del 1590 e lo stesso mese dell’anno seguente, però, si pose mano ad un completo rifacimento dei locali della farmacia, del quale si occupò un converso, mentre a frate Antonio, allora nominato speziale, vennero assegnati i fondi necessari al rinnovo della dotazione farmaceutica, con i quali egli acquistò anche alcune “boccie”, forse fabbricate in Pontorme, località tra Montelupo ed Empoli.

La conduzione dell’attività di questa che potremmo chiamare la “seconda spezieria” di Santa Maria Novella non fu però delle migliori, tanto che il 6 agosto 1609 il Consiglio del convento stabilì che frate Feliciano dovesse occuparsi della farmacia, ricorrendo però ad un esperto per la fabbricazione dei medicamenti.
Il 15 ottobre del 1612 la deliberazione consiliare venne riproposta, concretandola però con un incarico da assegnare, come soprintendente alle attività del laboratorio cenobitico, a Simone Marchi, un noto speziale fiorentino che teneva la sua bottega all’insegna del Pavone (“al paghone”). Ad iniziare dal 1613 compare nei documenti di Santa Maria Novella il converso Angiolo Marchissi; egli, già allievo ed aiutante del Marchi (poi deceduto nel 1618), prese l’abito domenicano nel 1612 e, ad iniziare dal luglio dell’anno successivo, ricoprì le funzioni di speziale del convento sino al 1659, anno della sua morte.
Il Marchissi fu dunque il fondatore della “terza spezieria”: di quell’esercizio divenuto finalmente pubblico, cioè, che poi fu condotto da farmacisti famosi, quali Gian Domenico Cavalieri e Cosimo Bucelli, che vi operò a partire dal 1744.

Nel 1813, al momento della promulgazione delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico, l’intero esercizio fu acquistato da Tommaso Valori: ciò ha fortunatamente permesso di conservare nella sua sede originaria questo vero e proprio gioiello della città di Firenze, nel quale si contengono ancora gran parte degli arredi d’epoca, tra cui la stupenda sala di vendita del XVIII secolo.

Ciò che oggi resta del “fornimento” ceramico di Santa Maria Novella, in particolare, è dunque rappresentato soprattutto dai 44 contenitori vascolari di diversa epoca e morfologia che sono conservati presso l’attuale Officina profumo- farmaceutica; i più importanti tra questi sono scenograficamente esposti nella cosiddetta “sala verde”, alla quale si accede da via della Scala, mentre altre ceramiche (assieme a vetri, strumenti, libri etc.) trovano collocazione nell’antica sala di vendita, collegata con il Chiostro grande del complesso conventuale.

Altre maioliche pertinenti alla dotazione antica di Santa Maria Novella sono finite in collezioni private della Toscana (Idem, p. 273 tavv. 86- 87; p. 319 tavv. 207-09), nelle Civiche Raccolte d’Arte di Milano (Idem, p. 318 tavv. 204-06), in quelle del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, del Museo del Vino di Torgiano (Idem, p. 325 tavv. 223-24) e presso l’Ospedale Serristori di Figline Valdarno (Idem, p. 326 tavv. 225-27).

Quanto si conserva presso l’Officina profumo-farmaceutica è stato suddiviso (Idem, p. 89) in cinque gruppi, così formati: A) maioliche con decoro “alla porcellana”; B) maioliche con decoro atipico; C) maioliche con decoro “a raffaellesca”; D) contenitori ceramici vari; E) maioliche “alla foglia blu”.
A questi gruppi “antichi” si assommano poi altre serie di ceramiche contemporanee (alberelli in terraglia, grès etc.).

Del gruppo “A” fanno parte due utelli con decoro “alla porcellana” muniti di cartiglio epigrafico e di una scritta entro cerchiatura che ci riporta al cenobio d’appartenenza: “S[ant]a M[ari]a N[ovell]a” (Idem, p. 90 figg. 36-37; p. 273 tav. 88). Essi facevano probabilmente parte della dotazione di quella che abbiamo definito come “la prima spezieria”, e sono perciò databili nell’arco cronologico del 1530-50 circa.

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Orciolo biansato con decorazione “a raffaellesca”
1613-20
Firenze, Officina profumofarmaceutica
di Santa Maria Novella

Nel raggruppamento seguente, contraddistinto dalla lettera “B”, si può inserire un solo orciolo biansato con decorazione floreale atipica, che mostra in un grande ovale dipinto sul lato a vista la figura di San Pietro martire (Idem, p. 293 tavv. 140-41); esso è probabilmente l’ultimo resto della “seconda spezieria”.

Il gruppo “C”, che è di gran lunga il più numeroso, si può suddividere in tre serie, composte rispettivamente da 13 orcioli “piccoli” con duplice ansa a drago e versatoio cilindrico (Idem, pp. 320-22 tavv. 210-15), 5 orcioli “grandi” di forma simile ai precedenti (tutti questi sono esposti nella “sala verde”, Idem, pp. 315-17 tavv. 198-203) e 9 utelli monoansati muniti di piede a disco quasi distinto (esposti nella sala di vendita, Idem, pp. 323-24 tavv. 216-222). L’intero raggruppamento presenta una decorazione “a raffaellesca” che dipende più dalla pittura murale su fondo bianco, diffusa in Firenze dal Vasari, dall’Allori e dal Poccetti — il quale affrescò con questi motivi proprio le volte del Chiostro grande di Santa Maria Novella — che dalla pittura vascolare di tipo urbinate, anche se da quella deriva palesemente la sintassi compositiva. L’attitudine a dipingere figure fantasiose di grandi dimensioni (con erme, cammei, arpie etc.), travalica infatti l’usuale orizzonte della pittura vascolare, e fa di questo gruppo conservato presso l’Officina profumo-farmaceutica il migliore esempio dell’interpretazione “toscana” della “raffaellesca”.

La pertinenza di questo “fornimento” ceramico ad una o, più verosimilmente, a due diverse fornaci di Montelupo, è attestata dalla presenza sugli utelli di una marca di bottega formata dalle lettere “Ro”, che è ben documentata negli scarichi valdarnesi (Idem, in corso di stampa), e ribadita da un esemplare che porta per esteso entro un cartiglio la scritta “Monte Lupo” (Idem, p. 319, tav. 207). La data “1620” che si vede dipinta su alcuni ampolloni (Idem, p. 326 tav. 227) e sull’orciolo milanese (Idem, p. 318 tav. 206), chiarisce che una fase di rinnovo o di completamento della dotazione vascolare di Santa Maria Novella avvenne in quell’anno, e fu commissionata alla bottega montelupina che marcava i suoi prodotti con la sigla “Ro”; un’altra parte della dotazione fu invece fabbricata in data anteriore, e probabilmente eseguita da un’altra fornace valdarnese.

Siamo perciò di fronte a quanto resta del “fornimento” costituito a partire dal 1613 da Angiolo Marchissi per dotare di contenitori vascolari la nuova (cioè la terza) spezieria del grande convento domenicano di Firenze: esso, dunque, è parte di quello che si trovava nell’antica sala di vendita di Santa Maria Novella, nel momento in cui nacque il pubblico esercizio farmaceutico ancor oggi esistente.

Il gruppo “D”, del resto, è formato da un alberello con smalto berettino di probabile provenienza ligure, il quale ha inciso sotto il piede la data “1613”.
Ad onta della sua sporadicità, dunque, questa maiolica dovrebbe rappresentare il “residuo vascolare” di un particolare acquisto di medicamenti, effettuato, secondo il solito, nel momento di avvio della nuova farmacia.
Un utello montelupino “alla foglia blu”, databile ad una fase già avanzata del XVII secolo, mostra infine la possibile esistenza di successivi incrementi della dotazione vascolare di questa spezieria, forse avvenuti dopo la morte del Marchissi.

 
     

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