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Già al Medioevo risalgono alcune notizie sulla produzione di
sostanze medicinali all’interno del grande convento domenicano: nel
1381, ad esempio, si dice che l’infermeria “smerciasse” acque
profumate, mentre nel 1457 si sarebbero stillate — questa volta
nella “spezieria” — “erbe e rose”.
Come al solito, però, anche se il cenobio possedeva un laboratorio
per la produzione di sostanze odorose e medicinali, non per questo
si deve pensare che esso esercitasse un’attività pubblica, come
forse avverrà nel 1542, allorquando uno speziale laico si troverà
alla guida della spezieria di Santa Maria Novella: a quell’epoca,
dunque, deve datarsi il primo tentativo di trasformare l’officina
interna al convento in un pubblico esercizio. |
L’impresa avviata dai Domenicani,
però, non ebbe buon esito, poiché sino al 1580 non ha lasciato traccia
alcuna nella documentazione archivistica, mentre in quell’anno si trova
soltanto un modesto accenno alla fabbricazione di “olii composti”. Tra
il settembre del 1590 e lo stesso mese dell’anno seguente, però, si pose
mano ad un completo rifacimento dei locali della farmacia, del quale si
occupò un converso, mentre a frate Antonio, allora nominato speziale,
vennero assegnati i fondi necessari al rinnovo della dotazione
farmaceutica, con i quali egli acquistò anche alcune “boccie”, forse
fabbricate in Pontorme, località tra Montelupo ed Empoli.
La conduzione dell’attività di
questa che potremmo chiamare la “seconda spezieria” di Santa Maria
Novella non fu però delle migliori, tanto che il 6 agosto 1609 il
Consiglio del convento stabilì che frate Feliciano dovesse occuparsi
della farmacia, ricorrendo però ad un esperto per la fabbricazione dei
medicamenti.
Il 15 ottobre del 1612 la deliberazione consiliare venne riproposta,
concretandola però con un incarico da assegnare, come soprintendente
alle attività del laboratorio cenobitico, a Simone Marchi, un noto
speziale fiorentino che teneva la sua bottega all’insegna del Pavone
(“al paghone”). Ad iniziare dal 1613 compare nei documenti di Santa
Maria Novella il converso Angiolo Marchissi; egli, già allievo ed
aiutante del Marchi (poi deceduto nel 1618), prese l’abito domenicano
nel 1612 e, ad iniziare dal luglio dell’anno successivo, ricoprì le
funzioni di speziale del convento sino al 1659, anno della sua morte.
Il Marchissi fu dunque il fondatore della “terza spezieria”: di
quell’esercizio divenuto finalmente pubblico, cioè, che poi fu condotto
da farmacisti famosi, quali Gian Domenico Cavalieri e Cosimo Bucelli,
che vi operò a partire dal 1744.
Nel 1813, al momento della
promulgazione delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico, l’intero
esercizio fu acquistato da Tommaso Valori: ciò ha fortunatamente
permesso di conservare nella sua sede originaria questo vero e proprio
gioiello della città di Firenze, nel quale si contengono ancora gran
parte degli arredi d’epoca, tra cui la stupenda sala di vendita del
XVIII secolo.
Ciò che oggi resta del “fornimento”
ceramico di Santa Maria Novella, in particolare, è dunque rappresentato
soprattutto dai 44 contenitori vascolari di diversa epoca e morfologia
che sono conservati presso l’attuale Officina profumo- farmaceutica; i
più importanti tra questi sono scenograficamente esposti nella
cosiddetta “sala verde”, alla quale si accede da via della Scala, mentre
altre ceramiche (assieme a vetri, strumenti, libri etc.) trovano
collocazione nell’antica sala di vendita, collegata con il Chiostro
grande del complesso conventuale.
Altre maioliche pertinenti alla
dotazione antica di Santa Maria Novella sono finite in collezioni
private della Toscana (Idem, p. 273 tavv. 86- 87; p. 319
tavv. 207-09), nelle Civiche Raccolte d’Arte di Milano (Idem,
p. 318 tavv. 204-06), in quelle del Museo Internazionale delle
Ceramiche di Faenza, del Museo del Vino di Torgiano (Idem, p. 325
tavv. 223-24) e presso l’Ospedale Serristori di Figline Valdarno
(Idem, p. 326 tavv. 225-27).
Quanto si conserva presso l’Officina
profumo-farmaceutica è stato suddiviso (Idem, p. 89) in cinque
gruppi, così formati: A) maioliche con decoro “alla porcellana”; B)
maioliche con decoro atipico; C) maioliche con decoro “a raffaellesca”;
D) contenitori ceramici vari; E) maioliche “alla foglia blu”.
A questi gruppi “antichi” si assommano poi altre serie di ceramiche
contemporanee (alberelli in terraglia, grès etc.).
Del gruppo “A” fanno parte due
utelli con decoro “alla porcellana” muniti di cartiglio epigrafico e di
una scritta entro cerchiatura che ci riporta al cenobio d’appartenenza:
“S[ant]a M[ari]a N[ovell]a” (Idem, p. 90 figg. 36-37; p.
273 tav. 88). Essi facevano probabilmente parte della dotazione
di quella che abbiamo definito come “la prima spezieria”, e sono perciò
databili nell’arco cronologico del 1530-50 circa.
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Orciolo biansato
con decorazione “a raffaellesca”
1613-20
Firenze, Officina
profumofarmaceutica
di Santa Maria Novella
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Nel raggruppamento seguente,
contraddistinto dalla lettera “B”, si può inserire un solo orciolo
biansato con decorazione floreale atipica, che mostra in un grande ovale
dipinto sul lato a vista la figura di San Pietro martire (Idem,
p. 293 tavv. 140-41);
esso è probabilmente l’ultimo resto della “seconda spezieria”.
Il gruppo “C”, che è di gran lunga
il più numeroso, si può suddividere in tre serie, composte
rispettivamente da 13 orcioli “piccoli” con duplice ansa a drago e
versatoio cilindrico (Idem, pp. 320-22 tavv. 210-15), 5
orcioli “grandi” di forma simile ai precedenti (tutti questi sono
esposti nella “sala verde”, Idem, pp. 315-17 tavv. 198-203)
e 9 utelli monoansati muniti di piede a disco quasi distinto (esposti
nella sala di vendita, Idem, pp. 323-24 tavv. 216-222).
L’intero raggruppamento presenta una decorazione “a raffaellesca” che
dipende più dalla pittura murale su fondo bianco, diffusa in Firenze dal
Vasari, dall’Allori e dal Poccetti — il quale affrescò con questi motivi
proprio le volte del Chiostro grande di Santa Maria Novella — che dalla
pittura vascolare di tipo urbinate, anche se da quella deriva
palesemente la sintassi compositiva. L’attitudine a dipingere figure
fantasiose di grandi dimensioni (con erme, cammei, arpie etc.),
travalica infatti l’usuale orizzonte della pittura vascolare, e fa di
questo gruppo conservato presso l’Officina profumo-farmaceutica il
migliore esempio dell’interpretazione “toscana” della “raffaellesca”.
La pertinenza di questo “fornimento”
ceramico ad una o, più verosimilmente, a due diverse fornaci di
Montelupo, è attestata dalla presenza sugli utelli di una marca di
bottega formata dalle lettere “Ro”, che è ben documentata negli scarichi
valdarnesi (Idem, in corso di stampa), e ribadita da un esemplare
che porta per esteso entro un cartiglio la scritta “Monte Lupo” (Idem,
p. 319, tav. 207). La data “1620” che si vede dipinta su alcuni
ampolloni (Idem, p. 326 tav. 227) e sull’orciolo milanese
(Idem, p. 318 tav. 206), chiarisce che una fase di rinnovo
o di completamento della dotazione vascolare di Santa Maria Novella
avvenne in quell’anno, e fu commissionata alla bottega montelupina che
marcava i suoi prodotti con la sigla “Ro”; un’altra parte della
dotazione fu invece fabbricata in data anteriore, e probabilmente
eseguita da un’altra fornace valdarnese.
Siamo perciò di fronte a quanto
resta del “fornimento” costituito a partire dal 1613 da Angiolo
Marchissi per dotare di contenitori vascolari la nuova (cioè la terza)
spezieria del grande convento domenicano di Firenze: esso, dunque, è
parte di quello che si trovava nell’antica sala di vendita di Santa
Maria Novella, nel momento in cui nacque il pubblico esercizio
farmaceutico ancor oggi esistente.
Il gruppo “D”, del resto, è formato
da un alberello con smalto berettino di probabile provenienza ligure, il
quale ha inciso sotto il piede la data “1613”.
Ad onta della sua sporadicità, dunque, questa maiolica dovrebbe
rappresentare il “residuo vascolare” di un particolare acquisto di
medicamenti, effettuato, secondo il solito, nel momento di avvio della
nuova farmacia.
Un utello montelupino “alla foglia blu”, databile ad una fase già
avanzata del XVII secolo, mostra infine la possibile esistenza di
successivi incrementi della dotazione vascolare di questa spezieria,
forse avvenuti dopo la morte del Marchissi. |