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Il convento di San
Marco fu fondato nel 1299 come cenobio dei Silvestrini, ma
successivamente venne assegnato da papa Eugenio IV all’Ordine
domenicano.
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Così
come lo conosciamo oggi, l’edificio è sostanzialmente il frutto di
una lunga fase di trasformazione (1437-52) voluta da Cosimo il
Vecchio per sanzionare in tal modo l’ascesa politica della casata
medicea in Firenze.
I lavori, condotti da Michelozzo
di Bartolomeo, portarono ad un radicale ampliamento dell’antica
fabbrica, che fu dotata su di un lato del chiostro minore, detto di
Sant’Antonino, e di un ospizio per i pellegrini. È dunque possibile
che in questo periodo il cenobio, magari per trasformazione della
precedente spezieria conventuale, della quale beneficiavano i soli
frati, sia venuta dotandosi di una più importante officina
farmaceutica per le funzioni di pellegrinaio che venne assumendo.
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La tradizione che
vede nell’anno 1456 la fondazione in San Marco di una spezieria di
rilevanza pubblica, raccolta anche dal Pedrazzini, non è tuttavia
confermata da documenti specifici, mentre i resti più antichi di una
dotazione vascolare ad uso farmaceutico in San Marco attengono ad
un’epoca successiva, che può essere fissata tra il 1580 ed il 1590
circa.
Il “fornimento”
ceramico di questo convento — detto nei documenti anche l’“Osservanza” —
ha attraversato molteplici traversie prima di giungere, seppure
fortemente smembrato, sino a noi. Esso dovette subire una prima
dispersione nel 1813, a seguito della legge eversiva della proprietà
ecclesiastica. Grazie alla vendita dei beni conventuali che ne derivò,
alcune maioliche della farmacia finirono sul mercato antiquario; parte
di questa — ed in specie gli utelli (detti anche ampolloni), quelle
ceramiche, cioè, munite di versatoio che erano destinate a contenere
sciroppi o liquidi densi — entrò a far parte di raccolte pubbliche e
private, ma non è infrequente che ancor oggi qualche utello o alberello
di San Marco compaia nelle aste internazionali.
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Orciolo biansato con l’immagine di Sant’Antonino da Firenze
(San Marco, serie I), 1580-90
Firenze, Museo di San Marco
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Il 19 febbraio del
1867 un sostanzioso lotto di trenta esemplari del medesimo “fornimento”
fu prelevato dallo Stato italiano per essere depositato al Museo
Nazionale di Firenze allestito nell’antico Palazzo del Bargello, e nel
luglio del 1871 due di questi vasi furono inviati all’Archiginnasio di
Bologna — dove ancora si trovano — per scambio col grande vaso
farmaceutico della teriaca che fu esposto nelle collezioni fiorentine.
Il 5 febbraio del 1916, però, 25 orcioli tornarono a San Marco per
essere inseriti nelle raccolte del nuovo museo, nato per esporre al
pubblico i capolavori dell’Angelico. Dei cinque esemplari rimasti al
Bargello, due, in ottemperanza alle circolari ministeriali per la
ricostruzione di quell’istituto disastrato dalla guerra, furono
depositati in data 16 gennaio 1948 presso il Museo Internazionale delle
Ceramiche di Faenza, ove ancor oggi sono conservati, sebbene non più
esposti al pubblico.
Non tutte le
maioliche che facevano parte del “fornimento” dell’antica farmacia
furono però disperse o incamerate dallo Stato italiano al momento della
soppressione del convento: una parte di queste, infatti, restò in
dotazione all’esercizio commerciale, ancor oggi esistente, che
continuava l’attività dell’antica officina conventuale, e a cui si
accedeva, come ancor oggi avviene, dall’attuale via Cavour all’altezza
del famoso Casino di San Marco. Alcuni anni or sono queste maioliche
sono state però rubate dalla sala di vendita della farmacia.
Parte di queste,
per fortuna, è stata recuperata dalle forze dell’ordine, ma — a quanto
ci risulta — non ancora restituita a San Marco.
Il gruppo dei 33
orcioli farmaceutici conservati presso il convento (otto in più, dunque,
rispetto al lotto che fu riconsegnato al Museo nel 1916) rappresenta
perciò la testimonianza di gran lunga più importante di questa che fu la
prima spezieria conventuale fiorentina ad aver esercitato in maniera
continuativa un’attività pubblica.
Purtroppo essa è
priva dei contenitori di più piccola dimensione, come utelli ed
alberelli, le cui serie sono oggi interamente disperse in esemplari che
appartengono a musei come il Victoria and Albert, il Louvre, il Museo
Internazionale delle Ceramiche di Faenza, la Fondazione Scienza e
Tecnica di Firenze, e, ovviamente, a privati collezionisti. San Marco,
tuttavia, possiede la completa articolazione morfologica degli orcioli
biansati, tutti caratterizzati dal versatore cilindrico, che ci è stato
possibile (Berti 1999, pp. 103-04) suddividere a sua volta in quattro
serie diverse, la cui pertinenza alla produzione montelupina è ben
marcata dalla morfologia vascolare dell’orciolo con le anse draghiformi.
Le prime due serie
mostrano la medesima morfologia di orciolo, ma hanno però dimensioni
differenti: quella detta “Ia” presenta infatti un’altezza che varia dai
42 ai 44 centimetri, ed un diametro massimo di circa 30, mentre la “I”,
assai più numerosa, varia rispettivamente dai 33 ai 35 e dai 23,5 ai
24,6.
Entrambe le serie
mostrano anche la medesima decorazione, che è incentrata sulla
raffigurazione, in un ovale posto sul lato a vista dell’orciolo,
dell’immagine di un santo vescovo, nel quale è scontato riconoscere
l’effige di Sant’Antonino, vescovo fondatore dell’Osservanza nonché
prima di essere elevato alla gloria degli altari, vescovo di Firenze.
Abbiamo proposto (Idem,
p. 105) di datare entrambe le serie (Ia ed I) al 1580 circa, per il
richiamo che in esse si fa al figurato valdarnese su fondo giallo, ma
anche per altri particolari della decorazione, come i fiorami policromi
dipinti sul lato tergale dei vasi, nei quali si echeggia il motivo della
frutta policroma “alla veneziana”, particolarmente diffusa nel
repertorio dei pittori montelupini dell’ultima parte del XVI secolo.
Le serie II e III
mostrano invece un cartiglio epigrafico, sempre relativo ad “acque”
diverse (di bettonica, endivia etc.), mentre hanno dipinto nell’ovale
centrale, stretto dalla ghirlanda, una serie di santi e di sante
appartenenti all’ordine domenicano. Per l’evidente affinità che si può
rilevare con gli esiti che ebbe la pittura figurativa nella Montelupo
dell’inizio del Seicento — ma anche per il trattamento assai più
sommario del motivo floreale del retro — si è proposto per essi una
datazione compresa nel primo trentennio del XVII secolo. |