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Se francamente
stupisce che un tale sviluppo della città, così marcato nel tessuto
urbano e nelle realizzazioni artistiche delle quali si dota, abbia
potuto avviarsi in un periodo tanto difficile — denso come fu di guerre,
difficoltà finanziarie, crisi annonarie e sanitarie — non può sfuggirci,
nel “piccolo mondo” rappresentato dalla produzione ceramica, l’evidente
sintonia tra la rottura dei precedenti canoni produttivi “medievali” e
lo sviluppo tumultuoso di Montelupo.
La crescita
produttiva di questa piccola “terra murata”, nata quasi per gemmazione
dal castello creato nel 1204 dai fiorentini per meglio munire i loro
confini col Pistoiese, poté infatti attuarsi proprio grazie al nuovo
indirizzo assunto dalla storia della sua Dominante; fu in particolare la
conquista di Pisa a porre Montelupo nelle condizioni ideali per
trasformare le proprie botteghe ceramiche in imprese largamente
indirizzate verso l’esportazione extraregionale.
Alla facilità con la
quale era adesso possibile trasportare il prodotto finito, sfruttando la
via d’acqua, nel Porto pisano (e da qui a Livorno), si unì, del resto,
la feroce determinazione dei fiorentini di deprimere economicamente — in
quegli anni — la città conquistata: Pisa, che sino ad allora aveva
conosciuto una vivace attività ceramistica, interruppe infatti la
produzione della maiolica, e fu costretta a gettarsi dopo qualche tempo
— nel 1440 circa — in una nuova avventura, che evidentemente non
disturbava gli interessi “fiorentini”: la fabbricazione delle
ingobbiate.
Il più facile
accesso al mare, del resto, non mancò di indurre nel corso del XV secolo
una cospicua crescita del trasporto fluviale; fu così che nell’area del
Medio Valdarno e nella zona del Ponte a Signa, al cui scalo facevano
capo i traffici indirizzati nel Pistoiese, si moltiplicò il numero delle
famiglie che si dedicavano al mestiere del barcaiolo, detto poi del “navicellaio”.
Era facile per i ceramisti montelupini e per le compagnie commerciali
che man mano iniziarono a formarsi tra vasai e mercanti, condurre la
loro merce in riva al fiume, ove la flottiglia delle “scafe” — e
successivamente dei “navicelli” — poteva facilmente imbarcarla,
trasportandola a costi assai ridotti sino ai fondaci pisani e livornesi.
Qui le maioliche montelupine potevano sostare in attesa di essere
imbarcate come complemento del carico delle navi di ogni bandiera, le
quali percorrevano l’antichissima rotta tirrenica che, dai porti del
Levante spagnolo, conduceva sino alla Sicilia e, da qui, all’Oriente
mediterraneo.
Su questi traffici,
del resto, Firenze era venuta ad affacciarsi prepotentemente tra il 1406
ed il 1422, e ad essi l’oligarchia mercantile che ne dominava le sorti
politiche guardava con sempre maggiore interesse.
Soprattutto per
questi aspetti fondamentali — apertura degli scali marittimi,
depressione della concorrente produzione pisana e successivo impiego del
capitale mercantile — può dirsi che Montelupo sia divenuta rapidamente,
nel corso del Quattrocento, il centro di produzione privilegiato della
Dominante. Con la ripresa economica della seconda metà del XV secolo,
del resto, l’impiego dei capitali fiorentini nelle imprese ceramiche
montelupine viene ad emergere nella stessa documentazione scritta, anche
se le prime società tra vasai, sintomo di un’evoluzione delle attività
che ormai supera il raggio d’azione della semplice bottega, sono
documentate nel centro valdarnese già nel 1410.
Il sistema che viene
a stabilirsi in quegli anni è dunque alimentato in maniera continua da
forme di committenza, e può contare su di un’organizzazione dei
trasporti indipendente, ai quali è facile accedere, e che serve ad
esitare il prodotto finito, ma anche a garantire un più facile
approvvigionamento dall’esterno delle materie prime. A fronte della
crescita esponenziale dell’attività ceramistica in Montelupo, si
registra anche l’inurbamento in quella “terra murata” di alcune tra le
più importanti dinastie di ceramisti baccheretani, come i Calabranci, ed
il declino sempre più accentuato del glorioso centro ceramico del
Montalbano, che verrà a cessare la propria attività nel corso del secolo
successivo.
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zoom |
Atto notarile del “trust Antinori”, 27 settembre 1490
(Archivio di Stato di Firenze, Notarile Antecosimiano, protocolli di
ser Lorenzo di Bardo di ser Gherardino Gherardini, G. 158 cc. 92-93) |
La conclusione
storica di questo processo di coinvolgimento del capitale mercantile
fiorentino nelle imprese ceramiche di Montelupo la si può leggere infine
nell’atto notarile stipulato nel settembre del 1490 tra Francesco
Antinori e ben 23 maestri vasai montelupini. Con esso l’Antinori si
impegnava ad acquistare per tre anni, a prezzi concordati per tre
tipologie distinte, l’intera produzione ceramica di coloro i quali erano
intervenuti al rogito: un’enormità che bene chiarisce quali siano stati,
sul finire del XV secolo, i canali di diffusione della maiolica
montelupina. Ai vettori mercantili fiorentini, dunque, si deve
l’impressionante espandersi della produzione di Montelupo nell’intero
bacino del Mediterraneo e lungo le rotte atlantiche che toccavano i più
importanti scali dell’epoca: non per caso nel Nord Europa — ed in
particolare nell’Inghilterra meridionale ed in Olanda — l’importazione
della ceramica dall’Italia significò, sino alla fine del XVI secolo,
prodotti montelupini, i quali emergono dai contesti archeologici di
città come Londra, Southampton ed Amsterdam in una proporzione che
oltrepassa il 90% del totale.
Non per caso,
dunque, nel 1492, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, vennero censite
nella sua guardaroba rinfrescatoi, alberelli, piattelli e scodelle “di
terra lavorata a Montelupo, bela” ed altre maioliche “donò Francesco
Antinori per la caccia”. Dopo che in Firenze e nel suo territorio la
produzione della maiolica aveva già raggiunto, verso la metà del XV
secolo, un eccellente grado di qualità, spettò dunque agli artefici
valdarnesi spingerla ancora avanti, sino a tagliare il traguardo del
Rinascimento.
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