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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
       
 

Introduzione 1

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Arte e vita civile: le premesse del “rinascimento della maiolica” nell’area fiorentina (1380-1470) 
 

Montelupo e, più in generale, i centri di produzione del Fiorentino, svolsero nella storia della ceramica italiana un ruolo peculiare, per il quale si distinguono dagli altri atelier della Toscana e, se vogliamo dell’intera penisola italiana: essi, infatti, si trovarono tra Tre e Quattrocento alla testa del rinnovamento qualitativo delle lavorazioni fittili pur avendo sviluppato le loro attività con un sensibile ritardo, tanto che al momento non si conoscono documenti smaltati di indiscutibile produzione “fiorentina” antecedenti alla fine del XIII secolo.

Questo ritardo nel recepire le novità tecnologiche che avrebbero dato l’avvio a quella rinascita della produzione fittile nazionale si fa ancora più evidente se lo si rapporta al quadro ben più articolato e complesso che emerge dalle restituzioni archeologiche di altre aree regionali — quali il Pisano ed il Senese — collocabili nell’orizzonte cronologico della prima metà del Duecento, che evidenziano non soltanto una circolazione di ceramiche smaltate o dotate di rivestimento che è ignota ai coevi contesti fiorentini, ma anche una fase d’avvio della lavorazione della maiolica che sembra precedere di quasi un quarantennio ciò che si verifica nel Fiorentino.

Firenze ed il suo territorio — l’area, cioè, che fu oggetto della prima espansione cittadina, detta anche Contado — per il “ritardo” della penetrazione di ceramica dalle caratteristiche estetico-funzionali più avanzate, sembra così avvalorare le parole dell’Alighieri, allorquando, rivolgendosi alla città dei suoi avi — egli era nato, come sappiamo, nel 1266 — rimpiangeva la semplicità dei costumi dei fiorentini, paghi, a suo dire, di manufatti semplici, se non addirittura rustici.

Al di là della prospettiva nella quale si poneva il poeta, per l’amara esperienza personale, che lo portava a rimpiangere il “buon tempo antico”, tale gap nella penetrazione di manufatti ceramici “moderni” — che forse ebbe davvero un corrispettivo in altri aspetti del costume e della vita quotidiana — tra le zone della costa, ove si trovavano città come Pisa, ed il territorio fiorentino, collocato quasi ai piedi dell’Appennino, non giunge d’altra parte inatteso. È comprensibile, infatti, come le aree marittime, le quali, almeno dopo i secoli dell’Alto Medioevo, erano state le protagoniste dei nuovi contatti con l’Oriente, siano state le prime a ricevere non solo le merci, ma anche gli esempi di nuovi manufatti in grado di trasformarsi in altrettanti stimoli per i tentativi locali di sviluppo delle attività fittili.

Portolano del Mediterraneo, XVII secolo
Venezia, Museo storico navale

Non per caso, del resto, alcune lavorazioni che, al pari della ceramica, avevano un forte sviluppo lungo la sponda opposta del Mediterraneo o nelle aree dell’Islam, ebbero particolare diffusione nelle città costiere: così, ad esempio, fu per la concia delle pelli (si pensi ai “marocchini” ed ai “cordovani”), che trovò nella Pisa del Duecento il suo luogo d’elezione in Toscana. Anche se nella Città crociata, del resto, non è ancora evidente una fase di produzione della ceramica smaltata antecedente alla stessa “maiolica arcaica”, sappiamo ormai bene come il fenomeno della cosiddetta “protomaiolica”, i cui esordi si collocano già nell’ultimo ventennio del XII secolo, fosse legata a città portuali o ad aree fortemente versate al commercio transmarino, come Savona, Gela e Brindisi. Lo stesso, ovviamente, può dirsi per la diffusione della coeva “graffita tirrenica”.

Quale intensità avessero, infine, gli scambi del porto pisano con l’Oriente mediterraneo — ma anche con il Nord Africa, il Maghreb e la Spagna moresca — ove, assieme alle più varie merci d’importazione, si esitavano anche ceramiche di una qualità sconosciuta ai vasai nostrani, trova un mirabile esempio nel fenomeno dei “bacini” che furono inseriti nei paramenti murari delle chiese pisane: questi documenti costituiscono infatti la più straordinaria esemplificazione della circolazione mediterranea della ceramica dotata di rivestimento nel lungo periodo che intercorre tra gli inizi dell’XI secolo e la prima metà del Duecento.

Gli scavi archeologici, inoltre, hanno evidenziato una presenza in Pisa di questi manufatti d’importazione — anche con forme chiuse — la quale indica chiaramente come la loro diffusione in città non si riducesse al semplice impiego architettonico.

Niente di tutto questo si segnala al momento nell’area fiorentina, la quale non risulta interessata al fenomeno della circolazione di ceramiche d’importazione provenienti dai diversi contesti mediterranei almeno sino alla fine del XIII secolo.

Se, però, non stupisce il fatto — d’altronde ben comprensibile per motivi storico-geografici — di un avvio più precoce della produzione smaltata o ingobbiata di qualità nelle città costiere, legate agli scambi con la più progredita cultura materiale dei paesi dell’Islam, e perciò portate ad imitarne i caratteri, assai di più ci impressiona la probabile esistenza di una simile discrasia cronologica tra l’area fiorentina ed altre zone interne della Toscana, ancor più lontane dagli approdi marittimi della regione. Tra le più antiche attestazioni di una produzione in “maiolica arcaica”, infatti, si colloca il noto ritrovamento di Montalcino, in area senese, effettuato in un contesto architettonico (le volte del palazzo pubblico) che può datarsi all’incirca dal 1220 al 1250, in epoca cioè assai precoce rispetto alla consimile documentazione produttiva d’area fiorentina.

L’arretratezza delle lavorazioni fittili che emerge dai contesti di scavo sinora noti per Firenze, quali quelli di piazza della Signoria, di Santa Reparata e, più in generale, dell’area urbana della città — ma anche da quelli di città comitatine come Prato (Palazzo Pretorio), o di più recente annessione, come Pistoia (Palazzo dei Vescovi), così come dagli stessi contesti produttivi di Montelupo e di Bacchereto — contrasta dunque con l’indubbia crescita della Città gigliata nel periodo 1180-1250, ribadita, come tutti sanno, dal fatto che nel 1252 fu Firenze a riprendere, per prima in Europa, la coniazione dell’oro.

Sembra perciò difficile, in aggiunta a quanto si diceva in merito alla collocazione geografica, accampare fattori economici per spiegare il ritardo del Fiorentino nell’accogliere le novità della ceramica smaltata che le restituzioni archeologiche ci segnalano: questo fenomeno, dunque, dovrà essere chiarito alla luce di più sottili problematiche socio-culturali, le quali forse hanno a che fare col carattere stesso dei ceti dirigenti e della popolazione che venne supportando la crescita demografica fiorentina tra XII e XIII secolo. Se non è pensabile che gli esponenti dell’aristocrazia cittadina siano stati privi di manufatti di lusso — come vorrebbe l’Alighieri e come, d’altra parte, indicherebbero le stesse restituizioni dei pozzi idrici della turris maior degli Uberti nella piazza della Signoria — più credibile, anche perché sottolineato dalla documentazione archeologica, è il differente livello qualitativo della circolazione ceramica.

È indubbio, però, che la risoluzione di un tale problema richiederebbe una pubblicazione integrale dei documenti medievali emersi dal sottosuolo fiorentino, senza la quale è giocoforza restare — come nel nostro caso — su di un piano altamente ipotetico e probabilistico.

 
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