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Montelupo e, più in
generale, i centri di produzione del Fiorentino, svolsero nella storia
della ceramica italiana un ruolo peculiare, per il quale si distinguono
dagli altri atelier della Toscana e, se vogliamo dell’intera
penisola italiana: essi, infatti, si trovarono tra Tre e Quattrocento
alla testa del rinnovamento qualitativo delle lavorazioni fittili pur
avendo sviluppato le loro attività con un sensibile ritardo, tanto che
al momento non si conoscono documenti smaltati di indiscutibile
produzione “fiorentina” antecedenti alla fine del XIII secolo.
Questo ritardo nel
recepire le novità tecnologiche che avrebbero dato l’avvio a quella
rinascita della produzione fittile nazionale si fa ancora più evidente
se lo si rapporta al quadro ben più articolato e complesso che emerge
dalle restituzioni archeologiche di altre aree regionali — quali il
Pisano ed il Senese — collocabili nell’orizzonte cronologico della prima
metà del Duecento, che evidenziano non soltanto una circolazione di
ceramiche smaltate o dotate di rivestimento che è ignota ai coevi
contesti fiorentini, ma anche una fase d’avvio della lavorazione della
maiolica che sembra precedere di quasi un quarantennio ciò che si
verifica nel Fiorentino.
Firenze ed il suo
territorio — l’area, cioè, che fu oggetto della prima espansione
cittadina, detta anche Contado — per il “ritardo” della
penetrazione di ceramica dalle caratteristiche estetico-funzionali più
avanzate, sembra così avvalorare le parole dell’Alighieri, allorquando,
rivolgendosi alla città dei suoi avi — egli era nato, come sappiamo, nel
1266 — rimpiangeva la semplicità dei costumi dei fiorentini, paghi, a
suo dire, di manufatti semplici, se non addirittura rustici.
Al di là della
prospettiva nella quale si poneva il poeta, per l’amara esperienza
personale, che lo portava a rimpiangere il “buon tempo antico”, tale
gap nella penetrazione di manufatti ceramici “moderni” — che forse
ebbe davvero un corrispettivo in altri aspetti del costume e della vita
quotidiana — tra le zone della costa, ove si trovavano città come Pisa,
ed il territorio fiorentino, collocato quasi ai piedi dell’Appennino,
non giunge d’altra parte inatteso. È comprensibile, infatti, come le
aree marittime, le quali, almeno dopo i secoli dell’Alto Medioevo, erano
state le protagoniste dei nuovi contatti con l’Oriente, siano state le
prime a ricevere non solo le merci, ma anche gli esempi di nuovi
manufatti in grado di trasformarsi in altrettanti stimoli per i
tentativi locali di sviluppo delle attività fittili.
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Portolano del
Mediterraneo, XVII secolo
Venezia, Museo storico navale |
Non per caso, del
resto, alcune lavorazioni che, al pari della ceramica, avevano un forte
sviluppo lungo la sponda opposta del Mediterraneo o nelle aree
dell’Islam, ebbero particolare diffusione nelle città costiere: così, ad
esempio, fu per la concia delle pelli (si pensi ai “marocchini” ed ai “cordovani”),
che trovò nella Pisa del Duecento il suo luogo d’elezione in Toscana.
Anche se nella Città crociata, del resto, non è ancora evidente una fase
di produzione della ceramica smaltata antecedente alla stessa “maiolica
arcaica”, sappiamo ormai bene come il fenomeno della cosiddetta “protomaiolica”,
i cui esordi si collocano già nell’ultimo ventennio del XII secolo,
fosse legata a città portuali o ad aree fortemente versate al commercio
transmarino, come Savona, Gela e Brindisi. Lo stesso, ovviamente, può
dirsi per la diffusione della coeva “graffita tirrenica”.
Quale intensità
avessero, infine, gli scambi del porto pisano con l’Oriente mediterraneo
— ma anche con il Nord Africa, il Maghreb e la Spagna moresca — ove,
assieme alle più varie merci d’importazione, si esitavano anche
ceramiche di una qualità sconosciuta ai vasai nostrani, trova un
mirabile esempio nel fenomeno dei “bacini” che furono inseriti nei
paramenti murari delle chiese pisane: questi documenti costituiscono
infatti la più straordinaria esemplificazione della circolazione
mediterranea della ceramica dotata di rivestimento nel lungo periodo che
intercorre tra gli inizi dell’XI secolo e la prima metà del Duecento.
Gli scavi
archeologici, inoltre, hanno evidenziato una presenza in Pisa di questi
manufatti d’importazione — anche con forme chiuse — la quale indica
chiaramente come la loro diffusione in città non si riducesse al
semplice impiego architettonico.
Niente di tutto
questo si segnala al momento nell’area fiorentina, la quale non risulta
interessata al fenomeno della circolazione di ceramiche d’importazione
provenienti dai diversi contesti mediterranei almeno sino alla fine del
XIII secolo.
Se, però, non
stupisce il fatto — d’altronde ben comprensibile per motivi
storico-geografici — di un avvio più precoce della produzione smaltata o
ingobbiata di qualità nelle città costiere, legate agli scambi con la
più progredita cultura materiale dei paesi dell’Islam, e perciò portate
ad imitarne i caratteri, assai di più ci impressiona la probabile
esistenza di una simile discrasia cronologica tra l’area fiorentina ed
altre zone interne della Toscana, ancor più lontane dagli approdi
marittimi della regione. Tra le più antiche attestazioni di una
produzione in “maiolica arcaica”, infatti, si colloca il noto
ritrovamento di Montalcino, in area senese, effettuato in un contesto
architettonico (le volte del palazzo pubblico) che può datarsi
all’incirca dal 1220 al 1250, in epoca cioè assai precoce rispetto alla
consimile documentazione produttiva d’area fiorentina.
L’arretratezza delle
lavorazioni fittili che emerge dai contesti di scavo sinora noti per
Firenze, quali quelli di piazza della Signoria, di Santa Reparata e, più
in generale, dell’area urbana della città — ma anche da quelli di città
comitatine come Prato (Palazzo Pretorio), o di più recente annessione,
come Pistoia (Palazzo dei Vescovi), così come dagli stessi contesti
produttivi di Montelupo e di Bacchereto — contrasta dunque con
l’indubbia crescita della Città gigliata nel periodo 1180-1250,
ribadita, come tutti sanno, dal fatto che nel 1252 fu Firenze a
riprendere, per prima in Europa, la coniazione dell’oro.
Sembra perciò
difficile, in aggiunta a quanto si diceva in merito alla collocazione
geografica, accampare fattori economici per spiegare il ritardo del
Fiorentino nell’accogliere le novità della ceramica smaltata che le
restituzioni archeologiche ci segnalano: questo fenomeno, dunque, dovrà
essere chiarito alla luce di più sottili problematiche socio-culturali,
le quali forse hanno a che fare col carattere stesso dei ceti dirigenti
e della popolazione che venne supportando la crescita demografica
fiorentina tra XII e XIII secolo. Se non è pensabile che gli esponenti
dell’aristocrazia cittadina siano stati privi di manufatti di lusso —
come vorrebbe l’Alighieri e come, d’altra parte, indicherebbero le
stesse restituizioni dei pozzi idrici della turris maior degli
Uberti nella piazza della Signoria — più credibile, anche perché
sottolineato dalla
documentazione archeologica, è il differente livello qualitativo della
circolazione ceramica.
È indubbio, però,
che la risoluzione di un tale problema richiederebbe una pubblicazione
integrale dei documenti medievali emersi dal sottosuolo fiorentino,
senza la quale è giocoforza restare — come nel nostro caso — su di un
piano altamente ipotetico e probabilistico.
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