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Orcioli a corpo
ovoidale su piede distinto, collo basso a bordo espanso, di tipo piano;
duplici prese draghiformi impostate al diametro massimo ed alla spalla,
corto versatoio cilindrico espanso con attacco abborchiato sulla parete
del vaso. La forma è tipica della produzione farmaceutica montelupina
dei secoli XVI e XVII (cfr. Berti 1999, p. 429 n. 20; p. 431 n. 22) e,
per la presenza del versatoio, costituisce una sorta di sovrapposizione
tra l’utello monoansato (Idem, pp. 419-21, nn. 1-6), destinato a
contenere liquidi relativamente viscosi come gli sciroppi, ed il vaso da
elettuario, privo del versatore (Idem, pp. 422- 27, nn. 7-18). Il
medicamento che essi dovevano contenere è infatti esplicitato nel
cartiglio posto al disotto dell’ovale figurato come “Sy[ropp]o di
Luppoli s[olutivo]” (n. 67) e “Scorze di cedro i(n) mele” (cioè ossimele
cedrato, n. 68).
La smaltatura risulta coprente, ed è estesa anche all’interno dei vasi.
Si tratta di due
dei tre esemplari sinora noti di una medesima dotazione farmaceutica;
l’altro è stato a suo tempo pubblicato dal Governale nel suo grande
volume dedicato alla maiolica della Sicilia (Governale 1984 p. 39
fig. 50).
Essi si caratterizzano per avere sul retro due decorazioni diverse:
quella “ad armi e trofei” del documento al quale qui attribuiamo il
numero 67 viene sostanzialmente ripetuta sul retro dell’esemplare
siciliano, ma l’orciolo contraddistinto dal numero 68 presenta un decoro
con “girali foliati a risparmio”, tipico della produzione farmaceutica
montelupina che si può datare dall’ultimo quarto del Cinquecento al 1630
circa (Berti 1999, pp. 152-55).
Il riferimento ai
santi Cosma e Damiano che si contiene nell’ovale della parte a vista,
esplicitamente sottolineato dalla scritta “medici” che si legge sul vaso
posto sullo sfondo, non può che condurci in ambito mediceo. Sappiamo
infatti che la famiglia fiorentina dei Medici richiedeva spesso — come
si vede, ad esempio, in tanta parte della sua committenza — la
rappresentazione dei due santi taumaturghi quale palese legame
iconografico (essi avevano nello stemma le “pillole” del medico) e
semantico con la loro famiglia.
Appare dunque
probabile che queste maioliche fossero appartenute alla dotazione di una
spezieria di proprietà degli stessi Medici o, magari, ad un’istituzione
da essi beneficiata, la quale si sarebbe potuta identificare con lo
stesso convento fiorentino di San Marco, se non risultasse evidente come
il cenobio dell’Osservanza — in anni assai vicini a quelli in cui fu
prodotto il “fornimento” con Cosma e Damiano — non avesse scelto per
caratterizzare la propria dotazione vascolare l’immagine del vescovo
Antonino e, successivamente, quella dei santi e delle sante dell’ordine
domenicano (Berti 1999, pp. 98-107 e pp. 294-98, tavv. 143-52).
Sappiamo, però, che ben due esercizi di spezieria, dei quali non
conosciamo i legami con la famiglia dominante, erano posti in Firenze
“all’insegna dei Medici”.
La scritta del
cartiglio — probabilmente a causa della copia scorretta ed
approssimativa che l’artefice trasse dal disegno del committente — è
intraducibile alla lettera, ma ha un senso esplicito: essa afferma in
sostanza che dai santi e dalla farmacopea araba vengono a noi i rimedi
salutiferi (“Nos arabes adivique simul bona pharmaca abemus”), e
costituisce un richiamo eccezionale alla scienza medica per questi
contenitori, che di solito si limitano a mostrare immagini simboliche o
altri riferimenti alla natura dell’esercizio o dell’istituzione di
provenienza.
Che, infine, si
tratti di un pubblico esercizio di spezieria lo dimostra il “sigillo
letterato” apposto nel lato tergale dei medesimi, ove si richiama la
“ragione” dell’impresa commerciale (Berti 1999, pp. 15-16).
La decorazione di
contorno degli orcioli, come poc’anzi si diceva, risulta in due casi
incentrata su di una composizione “ad armi e trofei” in arancio su fondo
blu, e mostra una tendenza ad “umanizzare”, dipingendo sulla superficie
degli scudi occhi e bocca, questo genere di decoro, così come talvolta
avviene nelle maioliche italiane, ivi comprese quelle di Montelupo (cfr.
Berti 1998, p. 349 tav. 249). La data “1575” che appare su un
versatoio stilizzato, dipinto tra i “trofei” dell’esemplare siciliano,
rappresenta un preciso riferimento cronologico per la fabbricazione di
questo “fornimento” farmaceutico, visto che anche l’orciolo n. 68
mostra, oltre che una medesima morfologia vascolare, un identico
trattamento pittorico della ghirlanda di contorno ed una stessa
composizione inserita nell’ovale centrale.
Essa è formata
dalle immagini al naturale dei due santi che si stagliano su di un
fondale in giallo-carico, così come avverrà in gran parte della
produzione figurata montelupina della fine del Cinquecento e della prima
metà del XVII secolo; un angelo scende dalle altezze celesti per toccare
loro la testa, esplicitando in tal modo quel richiamo alla medicina come
scienza divina che già si enuncia nel cartiglio. Cosma e Damiano, dotati
del segno della santità, sono colti mentre l’uno indica il passo di un
libro e l’altro sembra analizzare qualcosa che ha posto su di un’alzata,
toccandola con uno stilo: entrambe le figure, per risultare identiche
nelle tre maioliche della serie, furono evidentemente realizzate con
l’ausilio di uno spolvero tratto da un disegno fornito dal committente.
L’allungarsi dei due santi in una
vivace torsione dei loro corpi, ma anche la loro imponenza
“michelangiolesca”, bene s’inquadra nel periodo storico al quale essi
appartengono.
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