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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
       

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  Maioliche "medicee"

67.

68.

 

Coppia di orcioli farmaceutici
1575

67: h max 388 - Ø max 280 - Ø piede 134
Collezione privata, Toscana

68: h max 393 - Ø max 280 - Ø piede 134
Collezione privata, Toscana

     
       
 

Orcioli a corpo ovoidale su piede distinto, collo basso a bordo espanso, di tipo piano; duplici prese draghiformi impostate al diametro massimo ed alla spalla, corto versatoio cilindrico espanso con attacco abborchiato sulla parete del vaso. La forma è tipica della produzione farmaceutica montelupina dei secoli XVI e XVII (cfr. Berti 1999, p. 429 n. 20; p. 431 n. 22) e, per la presenza del versatoio, costituisce una sorta di sovrapposizione tra l’utello monoansato (Idem, pp. 419-21, nn. 1-6), destinato a contenere liquidi relativamente viscosi come gli sciroppi, ed il vaso da elettuario, privo del versatore (Idem, pp. 422- 27, nn. 7-18). Il medicamento che essi dovevano contenere è infatti esplicitato nel cartiglio posto al disotto dell’ovale figurato come “Sy[ropp]o di Luppoli s[olutivo]” (n. 67) e “Scorze di cedro i(n) mele” (cioè ossimele cedrato, n. 68).
La smaltatura risulta coprente, ed è estesa anche all’interno dei vasi.

Si tratta di due dei tre esemplari sinora noti di una medesima dotazione farmaceutica; l’altro è stato a suo tempo pubblicato dal Governale nel suo grande volume dedicato alla maiolica della Sicilia (Governale 1984 p. 39 fig. 50).
Essi si caratterizzano per avere sul retro due decorazioni diverse: quella “ad armi e trofei” del documento al quale qui attribuiamo il numero 67 viene sostanzialmente ripetuta sul retro dell’esemplare siciliano, ma l’orciolo contraddistinto dal numero 68 presenta un decoro con “girali foliati a risparmio”, tipico della produzione farmaceutica montelupina che si può datare dall’ultimo quarto del Cinquecento al 1630 circa (Berti 1999, pp. 152-55).

Il riferimento ai santi Cosma e Damiano che si contiene nell’ovale della parte a vista, esplicitamente sottolineato dalla scritta “medici” che si legge sul vaso posto sullo sfondo, non può che condurci in ambito mediceo. Sappiamo infatti che la famiglia fiorentina dei Medici richiedeva spesso — come si vede, ad esempio, in tanta parte della sua committenza — la rappresentazione dei due santi taumaturghi quale palese legame iconografico (essi avevano nello stemma le “pillole” del medico) e semantico con la loro famiglia.

Appare dunque probabile che queste maioliche fossero appartenute alla dotazione di una spezieria di proprietà degli stessi Medici o, magari, ad un’istituzione da essi beneficiata, la quale si sarebbe potuta identificare con lo stesso convento fiorentino di San Marco, se non risultasse evidente come il cenobio dell’Osservanza — in anni assai vicini a quelli in cui fu prodotto il “fornimento” con Cosma e Damiano — non avesse scelto per caratterizzare la propria dotazione vascolare l’immagine del vescovo Antonino e, successivamente, quella dei santi e delle sante dell’ordine domenicano (Berti 1999, pp. 98-107 e pp. 294-98, tavv. 143-52). Sappiamo, però, che ben due esercizi di spezieria, dei quali non conosciamo i legami con la famiglia dominante, erano posti in Firenze “all’insegna dei Medici”.

La scritta del cartiglio — probabilmente a causa della copia scorretta ed approssimativa che l’artefice trasse dal disegno del committente — è intraducibile alla lettera, ma ha un senso esplicito: essa afferma in sostanza che dai santi e dalla farmacopea araba vengono a noi i rimedi salutiferi (“Nos arabes adivique simul bona pharmaca abemus”), e costituisce un richiamo eccezionale alla scienza medica per questi contenitori, che di solito si limitano a mostrare immagini simboliche o altri riferimenti alla natura dell’esercizio o dell’istituzione di provenienza.

Che, infine, si tratti di un pubblico esercizio di spezieria lo dimostra il “sigillo letterato” apposto nel lato tergale dei medesimi, ove si richiama la “ragione” dell’impresa commerciale (Berti 1999, pp. 15-16).

La decorazione di contorno degli orcioli, come poc’anzi si diceva, risulta in due casi incentrata su di una composizione “ad armi e trofei” in arancio su fondo blu, e mostra una tendenza ad “umanizzare”, dipingendo sulla superficie degli scudi occhi e bocca, questo genere di decoro, così come talvolta avviene nelle maioliche italiane, ivi comprese quelle di Montelupo (cfr. Berti 1998, p. 349 tav. 249). La data “1575” che appare su un versatoio stilizzato, dipinto tra i “trofei” dell’esemplare siciliano, rappresenta un preciso riferimento cronologico per la fabbricazione di questo “fornimento” farmaceutico, visto che anche l’orciolo n. 68 mostra, oltre che una medesima morfologia vascolare, un identico trattamento pittorico della ghirlanda di contorno ed una stessa composizione inserita nell’ovale centrale.

Essa è formata dalle immagini al naturale dei due santi che si stagliano su di un fondale in giallo-carico, così come avverrà in gran parte della produzione figurata montelupina della fine del Cinquecento e della prima metà del XVII secolo; un angelo scende dalle altezze celesti per toccare loro la testa, esplicitando in tal modo quel richiamo alla medicina come scienza divina che già si enuncia nel cartiglio. Cosma e Damiano, dotati del segno della santità, sono colti mentre l’uno indica il passo di un libro e l’altro sembra analizzare qualcosa che ha posto su di un’alzata, toccandola con uno stilo: entrambe le figure, per risultare identiche nelle tre maioliche della serie, furono evidentemente realizzate con l’ausilio di uno spolvero tratto da un disegno fornito dal committente.

L’allungarsi dei due santi in una vivace torsione dei loro corpi, ma anche la loro imponenza “michelangiolesca”, bene s’inquadra nel periodo storico al quale essi appartengono.

 

 

Bibliografia

Governale 1984, p. 39 fig. 50; Berti 1999, pp. 146-47 e pp. 276-77 tavv. 94-95 e tav. 97.

   
 

 

   
     

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