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Come il gruppo plastico descritto alla scheda precedente,
anche questa coppia di angeli reggicandelabro deriva direttamente dalla
tradizione plastica delle botteghe robbiane. Il modello dell’angelo che
si inginocchia, tenendo sulla gamba destra un candeliere — e volgendo
contemporaneamente lo sguardo verso lo spettatore — trova infatti una
prima, evidente espressione nelle due statue smaltate eseguite nel
giugno del 1446 da Luca della Robbia per l’altare di Santo Stefano in
Santa Maria del Fiore di Firenze (AA.VV. 1998, pp. 156-57).
Il tema fu poi sviluppato da Giovanni della Robbia in
almeno tre varianti diverse, delle quali si conoscono una ventina di
esemplari (Idem, pp. 257-58), tra i quali quelli per la chiesa di
San Giovanni Battista a Galatrona, nei pressi di Arezzo (1510-21), in
San Girolamo del Sasso Rosso presso Arcevia ed in Sant’Ambrogio di
Firenze (Gentilini s.d., pp. 284–86, p. 297): gli ultimi due furono
eseguiti negli anni 1513-14.
Più vicino al modello dei nostri è però la coppia che
accompagna la grande pala con la Natività, oggi al Museo Nazionale di
Firenze, commissionata da Giovanni di Filippo di Tommaso Panichi e
datata al 31 luglio 1521 (Gentilini s.d., p. 312). Una possibile
presenza dell’identico schema iconografico della coppia di angeli
reggicandelabro in Benedetto Buglioni è poi suggerita dalla Scudieri in
relazione a due esemplari che già facevano parte della collezione
Spinelli, e ad un’altra coppia d’ignota ubicazione (AA.VV. 1998, p.
353).
Nella produzione della bottega montelupina dalla quale
uscirono le maioliche della collezione Frizzi Baccioni deve essere
inserito anche l’angelo già appartenente a Galeazzo Cora — oggi al Museo
Internazionale delle Ceramiche di Faenza (Berti 1999, p. 386 tavv.
348-49) — che trova eco in una più tarda realizzazione per la
compagnia religiosa della chiesetta di Santa Maria a Torri, in Val di
Pesa (Idem, p. 387, tavv. 350-51), datata “1600”.
Il primo è assai simile ai nostri documenti, anche se
presenta dimensioni più ridotte ed ha una testina aggiunta in epoca
recente allo scopo di sanare un’antica mutilazione. Il modo di
realizzare l’abito, con le maniche ampie e strette da nastri, riecheggia
qui palesemente gli angeli posti sulla predella della pala del Bargello,
e trova un’ancor più stretta rispondenza nella veste che
contraddistingue le nostre maioliche. Si noti, infatti, la cotta da
chierico di queste ultime e la cintola che la stringe all’altezza del
torace, ma soprattutto la lunga tunica che, nell’inginocchiarsi, si
tende, lasciando intravedere dalla fermatura dei bottoni la camicia
sottostante; qui l’artefice montelupino è portato addirittura a ripetere
alla lettera la bordatura in giallo dei margini della veste.
Per questa letterale ripetizione, dunque, dobbiamo
dedurre che i nostri angeli reggicandelabro derivano direttamente
dall’esempio della pala di Giovanni che, come sappiamo, fu terminata
nell’estate del 1521. Il ceramista che ad essa si ispirò, introdusse
tuttavia una variante utile a facilitare il suo lavoro, in quanto
eliminò le lunghe ali delle quali sono dotati gli angeli della pala
Panichi. È tuttavia possibile che questa soppressione sia avvenuta dopo
alcuni tentativi non riusciti, in quanto l’esemplare che faceva parte
della collezione Cora mostra con evidenza l’attaccatura delle ali (cfr.
Berti 1999, p. 386 tav. 349), che dunque furono eliminate solo
dopo la prima cottura del manufatto, e parzialmente cancellate dalla
successiva smaltatura; anche le maioliche della collezione Frizzi
Baccioni (ed in particolare l’angelo n. 66) evidenziano un simile
intervento.
Poiché non dovevano essere inseriti in una
composizione complessa — e non avevano perciò, come avveniva nella pala
di Giovanni, limitazioni in altezza — il tronco degli angeli montelupini
fu raddrizzato nell’intento di assegnare a queste figure maggiore
prestanza ed individualità, così come si richiedeva a due angeli
reggicandelabro che dovevano affiancare una sola immagine o il ciborio
di qualche piccolo altare. Così facendo il ceramista poté anche
incrementare le dimensioni del candelabro — come in particolare si nota
nell’esemplare della collezione Cora — ma venne nel contempo ad alterare
l’equilibrio dell’immagine origi naria, mostrando adesso con grande
evidenza il profilo diritto di una gamba flessa in avanti che
apertamente contrasta con l’accentuata verticalità della figura.
L’artefice, però, risolse brillantemente questo
problema torcendo il tronco ed il collo dell’angelo — l’aggiunta della
testina nell’esemplare della collezione Cora emerge dunque anche per la
sua fissità, che non si ritrova, invece, in quelli integri della Frizzi
Baccioni. In tal modo egli realizzò due figure che avvicinano il loro
sguardo allo spettatore, pur senza rivolgersi direttamente ad esso, con
un’intensità che non trova confronti con la mesta dolcezza dei prototipi
robbiani.
Le molteplici varianti che gli esemplari di questa
produzione plastica evidenziano, sia nel supporto destinato a ricevere
la candela, che nella veste e nella postura delle braccia, indicano
l’attività di un plasticatore in grado di variare a seconda delle
esigenze il modello di riferimento. I monogrammi “G.N.” posti alla base
dei candelabri stilizzati dei documenti Frizzi Baccioni non sono al
momento interpretabili, se non come riferimento all’identità di chi
deteneva il patronato dell’altare al quale essi erano destinati.
Circa il problema della datazione di questi due angeli
reggicandelabro non può che ripetersi qui quanto si è già detto in
merito alla Madonna col Bambino descritta alla scheda precedente che,
per il cromatismo che la caratterizza, abbiamo detto potersi attribuire
alla medesima bottega dalla quale uscirono anche queste maioliche e,
probabilmente, anche quella della collezione Cora a cui si è fatto
spesso riferimento. Come nel caso precedente, inoltre, abbiamo una
datazione post quem che ci riporta all’inizio degli anni ’20 del
XVI secolo; qui, però, il modello robbiano di riferimento risulta
variato in maniera ancora più drastica, ed il cospicuo allontanamento
cronologico da quello, già proposto in quella occasione, appare ancor
più giustificato. Non resta, dunque, anche per non superare il termine
del 1600 attestato nella statuetta per la compagnia di Torri, che
ribadire la cronologia 1570-1600 proposta per la Madonna col Bambino
della scheda precedente.
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