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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
       

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  Plastiche maiolicate

65.

66.

 

Coppia di angeli reggicandelabro 1570-1600

65: h max 500 - base 173 x 280
66: h max 520 - base 190 x 280

Collezione Frizzi Baccioni, Firenze

     
       
 
Come il gruppo plastico descritto alla scheda precedente, anche questa coppia di angeli reggicandelabro deriva direttamente dalla tradizione plastica delle botteghe robbiane. Il modello dell’angelo che si inginocchia, tenendo sulla gamba destra un candeliere — e volgendo contemporaneamente lo sguardo verso lo spettatore — trova infatti una prima, evidente espressione nelle due statue smaltate eseguite nel giugno del 1446 da Luca della Robbia per l’altare di Santo Stefano in Santa Maria del Fiore di Firenze (AA.VV. 1998, pp. 156-57).

Il tema fu poi sviluppato da Giovanni della Robbia in almeno tre varianti diverse, delle quali si conoscono una ventina di esemplari (Idem, pp. 257-58), tra i quali quelli per la chiesa di San Giovanni Battista a Galatrona, nei pressi di Arezzo (1510-21), in San Girolamo del Sasso Rosso presso Arcevia ed in Sant’Ambrogio di Firenze (Gentilini s.d., pp. 284–86, p. 297): gli ultimi due furono eseguiti negli anni 1513-14.

Più vicino al modello dei nostri è però la coppia che accompagna la grande pala con la Natività, oggi al Museo Nazionale di Firenze, commissionata da Giovanni di Filippo di Tommaso Panichi e datata al 31 luglio 1521 (Gentilini s.d., p. 312). Una possibile presenza dell’identico schema iconografico della coppia di angeli reggicandelabro in Benedetto Buglioni è poi suggerita dalla Scudieri in relazione a due esemplari che già facevano parte della collezione Spinelli, e ad un’altra coppia d’ignota ubicazione (AA.VV. 1998, p. 353).

Nella produzione della bottega montelupina dalla quale uscirono le maioliche della collezione Frizzi Baccioni deve essere inserito anche l’angelo già appartenente a Galeazzo Cora — oggi al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (Berti 1999, p. 386 tavv. 348-49) — che trova eco in una più tarda realizzazione per la compagnia religiosa della chiesetta di Santa Maria a Torri, in Val di Pesa (Idem, p. 387, tavv. 350-51), datata “1600”.

Il primo è assai simile ai nostri documenti, anche se presenta dimensioni più ridotte ed ha una testina aggiunta in epoca recente allo scopo di sanare un’antica mutilazione. Il modo di realizzare l’abito, con le maniche ampie e strette da nastri, riecheggia qui palesemente gli angeli posti sulla predella della pala del Bargello, e trova un’ancor più stretta rispondenza nella veste che contraddistingue le nostre maioliche. Si noti, infatti, la cotta da chierico di queste ultime e la cintola che la stringe all’altezza del torace, ma soprattutto la lunga tunica che, nell’inginocchiarsi, si tende, lasciando intravedere dalla fermatura dei bottoni la camicia sottostante; qui l’artefice montelupino è portato addirittura a ripetere alla lettera la bordatura in giallo dei margini della veste.

Per questa letterale ripetizione, dunque, dobbiamo dedurre che i nostri angeli reggicandelabro derivano direttamente dall’esempio della pala di Giovanni che, come sappiamo, fu terminata nell’estate del 1521. Il ceramista che ad essa si ispirò, introdusse tuttavia una variante utile a facilitare il suo lavoro, in quanto eliminò le lunghe ali delle quali sono dotati gli angeli della pala Panichi. È tuttavia possibile che questa soppressione sia avvenuta dopo alcuni tentativi non riusciti, in quanto l’esemplare che faceva parte della collezione Cora mostra con evidenza l’attaccatura delle ali (cfr. Berti 1999, p. 386 tav. 349), che dunque furono eliminate solo dopo la prima cottura del manufatto, e parzialmente cancellate dalla successiva smaltatura; anche le maioliche della collezione Frizzi Baccioni (ed in particolare l’angelo n. 66) evidenziano un simile intervento.

Poiché non dovevano essere inseriti in una composizione complessa — e non avevano perciò, come avveniva nella pala di Giovanni, limitazioni in altezza — il tronco degli angeli montelupini fu raddrizzato nell’intento di assegnare a queste figure maggiore prestanza ed individualità, così come si richiedeva a due angeli reggicandelabro che dovevano affiancare una sola immagine o il ciborio di qualche piccolo altare. Così facendo il ceramista poté anche incrementare le dimensioni del candelabro — come in particolare si nota nell’esemplare della collezione Cora — ma venne nel contempo ad alterare l’equilibrio dell’immagine origi naria, mostrando adesso con grande evidenza il profilo diritto di una gamba flessa in avanti che apertamente contrasta con l’accentuata verticalità della figura.

L’artefice, però, risolse brillantemente questo problema torcendo il tronco ed il collo dell’angelo — l’aggiunta della testina nell’esemplare della collezione Cora emerge dunque anche per la sua fissità, che non si ritrova, invece, in quelli integri della Frizzi Baccioni. In tal modo egli realizzò due figure che avvicinano il loro sguardo allo spettatore, pur senza rivolgersi direttamente ad esso, con un’intensità che non trova confronti con la mesta dolcezza dei prototipi robbiani.

Le molteplici varianti che gli esemplari di questa produzione plastica evidenziano, sia nel supporto destinato a ricevere la candela, che nella veste e nella postura delle braccia, indicano l’attività di un plasticatore in grado di variare a seconda delle esigenze il modello di riferimento. I monogrammi “G.N.” posti alla base dei candelabri stilizzati dei documenti Frizzi Baccioni non sono al momento interpretabili, se non come riferimento all’identità di chi deteneva il patronato dell’altare al quale essi erano destinati.

Circa il problema della datazione di questi due angeli reggicandelabro non può che ripetersi qui quanto si è già detto in merito alla Madonna col Bambino descritta alla scheda precedente che, per il cromatismo che la caratterizza, abbiamo detto potersi attribuire alla medesima bottega dalla quale uscirono anche queste maioliche e, probabilmente, anche quella della collezione Cora a cui si è fatto spesso riferimento. Come nel caso precedente, inoltre, abbiamo una datazione post quem che ci riporta all’inizio degli anni ’20 del XVI secolo; qui, però, il modello robbiano di riferimento risulta variato in maniera ancora più drastica, ed il cospicuo allontanamento cronologico da quello, già proposto in quella occasione, appare ancor più giustificato. Non resta, dunque, anche per non superare il termine del 1600 attestato nella statuetta per la compagnia di Torri, che ribadire la cronologia 1570-1600 proposta per la Madonna col Bambino della scheda precedente.

 

 

Bibliografia

Inedito

   
 

 

   
     

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