| Gli scavi di Montelupo
hanno restituito numerosi frammenti di plastiche “domestiche”, legate
agli usi quotidiani (vedi la scheda precedente), ma anche immagini di
tipo religioso, che debbono essere pensate come prodotti destinati a
piccoli oratori o ad altaruoli domestici.
Questa Madonna in trono con il Bambino Gesù della
collezione Ugolini ben rappresenta i caratteri di questa “plastica
minore” di tipo religioso, la quale si rifà ad esempi più importanti,
diffusi sia nella pittura che nelle arti plastiche contemporanee,
piegandoli ovviamente alle esigenze di una produzione di più basso
livello, che solo in parte, però, può dirsi di tipo seriale.
Il nostro documento, in particolare, mostra una
possibile derivazione iconografica del tema del Bambino benedicente
sulle ginocchia della Madonna, che già caratterizza una pala di Domenico
del Ghirlandaio oggi agli Uffizi (AA.VV. 1998, p. 27).
La tematica fu ripresa da Giovanni della Robbia, che
la utilizzò in altorilievo in una pala per la basilica di Santa Croce in
Firenze (Idem, ibidem) e in un’altra destinata alla villa dei
vescovi di Fiesole in Castiglioni di Rufina, nel Valdarno superiore,
sulla quale si legge la data “1520” (Idem, p. 136). Nel documento
della collezione Ugolini si rilevano elementi significativi di questa
derivazione dalle terracotte robbiane, quali soprattutto la postura
reclinata verso sinistra della testa della Madonna, che in questa linea
iconografica si evidenzia sin dal dipinto del Ghirlandaio; se, però,
nella nostra maiolica il movimento che descrive il collo della Madonna è
il medesimo, il Bambino è posto sul ginocchio sinistro, di modo che la
madre sembra guardare da lontano il figlio, mentre nel dipinto del
Ghirlandaio ella può piegare il suo sguardo proprio sopra di lui.
L’iconografia del Bambino nudo sul ginocchio sinistro
della Madonna, in una posizione composta, senza alzarsi in piedi per
assumere nella composizione un ruolo prevalente — come avverrà ad
esempio nella pala di San Zaccaria di Giovanni Bellini — o volgersi ai
santi che ad esso si avvicinano in adorazione, rappresenta d’altra parte
un tema ben sviluppato anche nella pittura italiana tra il 1500 ed il
1515 circa. Unendosi ad una posizione del collo della Madonna più o meno
simile a quella della nostra maiolica, tali modalità si ritrovano, ad
esempio, in un pala d’altare di Giovanni Antonio Aspertini (1500), ed in
opere di Antonio Rimpatta (1508-09), Giannicola di Paolo (1507- 12),
Filippo da Verona (dipinto datato 1509), Agnolo di Lorentino (1511-12).
Benedetto Buglioni variò comunque l’iconografia di
Giovanni nelle pale d’altare (Gentilini s.d., pp. 397-99), ma
soprattutto nelle opere a tutto tondo, spostando la figura del Bambino
(AA.VV. 1998, p. 121), come si può vedere in un esemplare conservato
nella chiesa di San Jacopo a Lugliano (Idem, p. 350) — ove la
testa della Madonna è però diritta — e, con esiti più vicini alla nostra
maiolica, in opere per San Nicolao di Monsummano Alto e Santa Maria
all’Antella, nei pressi di Firenze (Idem, p. 349; Gentilini s.d.,
p. 416).
L’evidente inserirsi del nostro documento nella
tradizione della plastica maiolicata fiorentina della prima metà del
Cinquecento — un fenomeno sottolineato con chiarezza dai documenti che
si presentano nella scheda successiva — deve perciò essere valutato con
qualche cautela: se, infatti, nella Madonna con Bambino della collezione
Ugolini traspare innegabilmente l’attrazione esercitata sui nostri
ceramisti dalle opere dei Buglioni, non per questo può dirsi che derivi
completamente da esse, e non tenga invece conto anche degli sviluppi
assunti dalla pittura su tavola del primo quarto del XVI secolo.
Un parallelo tra la nostra maiolica e la scultura di
Benedetto Buglioni presso la chiesa dell’Antella è comunque in grado di
evidenziare molti ed assai significativi punti di contatto tra le due
opere: si veda, ad esempio, la mano sinistra con la quale la madre
sorregge i fianchi del Bambino, l’avambraccio del Redentore, alzato in
un identico gesto di benedizione, o anche il vestito della Madonna ed il
velo sui capelli e le scarpe di lei, che spuntano dal panneggio della
veste.
Qualche diversità, però, emerge nei due documenti
nella postura delle gambe del Bambino, che nella maiolica sembrano quasi
scivolare dal grembo della madre, nella strana posizione dell’aureola
(non presente nella statua dell’Antella, ma posta sul capo del Cristo in
quella di Lugliano) e nella mano destra della Madonna — purtroppo
perduta — la quale non si sarebbe potuta posare sul piede del figlio,
come invece avviene nella statuaria del Buglioni.
Risulta evidente, comunque, come l’artefice che
realizzò la maiolica della collezione Ugolini abbia riprodotto le
sculture di Benedetto attraverso schizzi che egli stesso o qualche suo
collaboratore poté trarre dagli originali; in questa operazione, però,
vennero inevitabilmente ad inserirsi varianti che in parte intendevano
semplificare la fabbricazione del manufatto ceramico — ad esempio
attaccando l’aureola del Cristo al corpo della Madonna, ed il braccio
del Bambino al suo fianco — mentre in parte accoglievano, forse in
maniera inconscia, quanto andava diffondendo la pittura dell’epoca.
La statuetta fu probabilmente realizzata — per quanto
attiene la figura della Vergine — con l’ausilio di una controforma; ad
essa venne poi aggiunto il Bambino.
Il gruppo fu poi ritoccato, e quindi richiuso nel lato
tergale; qui però si lasciarono quattro piccole aperture circolari per
far uscire i gas di cottura, che in tal modo non avrebbero aperto falle
nel blocco d’argilla: questi fori, inoltre, permettevano di fissare
facilmente la maiolica ad una superficie.
La pittura intese fornire particolare vivacità alle
immagini, ma, come talvolta avviene nella plastica maiolicata,
l’artefice non si trattenne dal sottolineare in maniera improvvida
alcuni particolari anatomici, che finirono per risaltare in maniera
eccessiva nelle figure; si veda, ad esempio, il ripasso dell’anatomia
del Bambino, ma anche il ritocco delle cavità oculari e, soprattutto, la
pittura in blu delle labbra di entrambe le figure.
L’attribuzione di questo gruppo ad una bottega di
Montelupo appare più che probabile, sia per l’esistenza in quel luogo di
simili produzioni (cfr. la scheda precedente e la seguente), sia in
ordine alla specifica cronologia del documento. Il termine cronologico
del 1520 circa che attiene alle opere di Benedetto Buglioni alle quali
essa si ispira — ed alla stessa tradizione iconografica che ripropone in
termini plastici — rappresenta evidentemente per questa maiolica un
invalicabile limite post quem.
Assai più complessa risulta però la sua datazione
“bassa”, per la quale non è dato di possedere elementi di giudizio
aggiuntivi rispetto alla probabile attribuzione della Madonna col
Bambino alla medesima fornace che fabbricò i due angeli reggicandelabro
descritti alla scheda successiva. Un confronto con un altro angelo dalla
simile morfologia, destinato alla sede della compagnia religiosa di
Santa Maria a Torri — luogo della Val di Pesa non distante da Montelupo
— datato “1600” (Berti 1999, p. 387 tavv. 350-51) è però in grado
di suggerire per queste produzioni una cronologia relativa all’ultimo
trentennio del XVI secolo.
La vicinanza tra gli angeli ed il gruppo della Madonna
col Bambino risalta dal medesimo cromatismo, che gioca sempre sugli
accostamenti del verde (per il suolo o, come accade nel secondo, gli
sfondi) col blu e l’arancio delle vesti, e si mostra soprattutto
nell’adozione dei medesimi “cerchietti” puntinati per la decorazione
delle vesti e del cuscino su cui siede la Vergine.
La datazione di questo documento agli anni 1570-1600,
che in tal modo si ricava (vedi la scheda successiva), non soltanto
chiarisce la specificità di queste produzioni, e le qualifica come tarde
riprese dei temi plastici sviluppati dal Buglioni, ma indica da par suo
in maniera pressoché certa Montelupo come loro luogo di provenienza, in
quanto solo le fornaci valdarnesi risultano aver operato all’epoca in
maniera consistente e continuativa nella fabbricazione della maiolica.
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