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Specchiere in forma di mandorla, con
figura in altorilievo, cornice rilevata ed intagliata, incasso circolare
per l’alloggiamento dello specchio. La n. 62 risulta variamente
danneggiata e lacunosa in alto ed in basso, mentre la n. 63 appare
integra. La smaltatura è coprente, ed estesa anche al rovescio dei
manufatti.
Le prime campagne di scavo
effettuate in Montelupo all’interno del “pozzo dei lavatoi” riportarono
alla luce, assieme ad una grande quantità di maioliche databili entro il
primo ventennio del XVI secolo, i frammenti di alcune specchiere
plastiche, derivanti da scarti effettuati sia in prima che in seconda
cottura.
La comparazione tra questi reperti
di scavo e le due specchiere smaltate che qui si riproducono, oltre a
fornire un’idea esatta della loro forma, poté facilmente rilevare come
anch’esse, per essere fabbricate con lo stesso tipo di matrice,
appartenessero ad una o più botteghe ceramiche di Montelupo (Alinari
1989, p. 263).
Il collegamento di tali documenti ad
una produzione locale, ancor più ampia di quanto i manufatti che ci sono
noti possono al momento indicare, è del resto suggerito dal ritrovamento
in altri scavi di parti in bistugio pertinenti ad una variante della
specchiera del “pozzo dei lavatoi”, la quale non trova per adesso
riferimenti in esemplari musealizzati (cfr. Berti 1999, p. 183 fig.
76). Occorre d’altra parte notare come nelle collezioni del Museo
delle Terme di Cluny (ora passate al Museo del Rinascimento del castello
di Écouen) si trovasse un’ulteriore specchiera maiolicata su placca
ovale (Giacomotti 1974, p. 74 n. 294), caratterizzata anch’essa dalla
figura femminile in rilievo e dall’alloggiamento inferiore per lo
specchio, che a sua volta non ha riscontri nella documentazione di
scavo, ma che può ben inserirsi nella tradizione montelupina e “toscana”
in genere dell’inizio del Cinquecento.
La derivazione delle specchiere
maiolicate da prototipi in marmo, legno o in cartapesta fu segnalata a
suo tempo dal Rackham nella scheda relativa all’esemplare proveniente
dalla collezione Salting (Rackham-Mallet 1977, p. 122) e dalla
Giacomotti in relazione a quello di Cluny (Giacomotti 1974, p. 75);
l’Alinari ipotizzò da par suo che la matrice dalla quale furono ricavati
questi manufatti fosse stata fabbricata da artisti fiorentini (Alinari
1989, pp. 264-65), poiché a suo dire i ceramisti valdarnesi ne avrebbero
addirittura “avvilito” l’aspetto, sottoponendoli ad un’accentuata
colorazione.
Mentre questa affermazione appare
del tutto ingiusta ed arbitraria, in quanto palesemente viziata da
pregiudizi estetici che non tengono nel debito conto la sensibilità
cromatica del periodo e, soprattutto, la specificità funzionale di
queste “plastiche domestiche”, la questione relativa all’ideazione di
tali manufatti si pone in realtà come un falso problema. È del tutto
verosimile, infatti — anche se al momento non sussistono le prove
specifiche — che i montelupini si siano “limitati” a trarre le loro
specchiere da esemplari in legno o in cartapesta, calcandoli
direttamente su di essi per realizzare i loro prototipi, piuttosto che
rivolgersi, come ipotizza l’Alinari, ad un “artista” fiorentino.
Nella “traduzione” fittile di
manufatti foggiati nelle materie più diverse (vetro, avorio, metallo,
pietra etc.) e nella ricerca delle forme più svariate (cfr. Berti 1999,
p. 375 tavv. 350-51) è d’altronde sempre consistito il mestiere
del ceramista; quanto, però, quest’opera richieda sensibilità estetica e
senso plastico — e non sia, appunto, una mera operazione di copia —
appare assai difficile dire, anche perché le due specchiere di Montelupo
appartengono ad una classe, le realizzazioni plastiche che potremmo
definire di tipo “domestico”, le quali non possono essere accostate
ex abrupto alle opere d’arte destinate al culto ed all’arredo sacro
in genere ma, ovviamente, giudicate sul metro dei documenti similari.
Senza esagerarne il valore, è
infatti da notare che altre plastiche, oltre a quelle che saranno
descritte nelle schede seguenti — come le due testine in bistugio
rinvenute in uno scarico di fornace presso la sede della compagnia della
Misericordia (Berti 1999, p. 181 fig. 74), la statuetta di
fanciullo del “pozzo dei lavatoi” (Idem, p. 374 tav. 329)
ed una serie di calamai con figure a tutto tondo (Idem, p. 79
fig. 79) — mostrano l’esistenza in Montelupo di una tradizione che
dalla fine del Quattrocento si estende almeno sino ai primi anni del
XVII secolo (Idem, p. 387 tavv. 350-351). È perciò del
tutto sbagliato dedurre da tutto questo, come fa l’Alinari, che “nella
zona il senso plastico si esprimesse esaurendosi nell’ambito della
ceramica vascolare”, per cui “ciò autorizza a supporre che lo stampo di
queste specchiere sia giunto dalla bottega di un artista fiorentino…”
(Alinari 1989, p. 265).
Non può sfuggire, del resto, anche
ad un’osservazione superficiale, come le maioliche di cui si tratta si
collochino tra i migliori esempi italiani di plastica domestica
rinascimentale. Si veda, ad esempio, l’incomparabile trattamento del
volto nel documento del Victoria and Albert — in questo superiore
all’esemplare francese — che l’eburnea tonalità dello smalto riporta
agli anni della giovinezza. L’atteggiarsi schivo della testa, dolcemente
reclinata verso la sinistra di chi osserva, trova qui uno straordinario
riscontro nel disegno degli occhi, pudicamente rivolti verso il basso;
qui la valentìa del pittore mostra tutta la sua ammirevole esperienza
nel taglio ristretto della palpebra destra, la quale nell’abbassarsi
sottolinea la ritrosia dello sguardo della fanciulla.
La sua “onesta attitudine” — a
palese esempio delle donne che vi si sarebbero specchiate — è poi
sottolineata dal gesto delle mani poste al disotto dei piccoli seni. Non
dovrebbe sfuggire, a chi ha parlato di “ingenua positura delle mani”
(Alinari 1989, p. 264), il fatto che proprio in questo punto le
maioliche montelupine evidenziano una precisa variante morfologica
rispetto all’altra specchiera già conservata a Cluny, la quale al posto
delle mani ha due ali angeliche, ed è perciò costretta a tagliare più in
alto la figura della fanciulla, costruendo in tal modo un rilievo assai
meno slanciato ed elegante.
Il cromatismo dell’esemplare del
Victoria and Albert è poi, nonostante le affermazioni dell’Alinari,
davvero stupefacente. Si veda, ad esempio, il colore dei capelli —
abilmente sottolineati da tratti di blu — che nastri d’azzurro stringono
in boccoli; l’acconciatura è impreziosita da un filo di diadema
puntinato d’arancio al pari della collana, ma trova uno straordinario
riscontro cromatico nel giallo-aranciato della catena del pendaglio
destinato ad ospitare lo specchio: questa fanciulla ha davvero i capelli
biondi come l’oro, ci suggerisce così questo pittore. Di grande
efficacia, inoltre, la colorazione dell’abito: una veste in blu scuro
con due maniche di velluto rosso, dal cui scollo spunta una camicia a
rete d’un bel verde-smeraldo.
Ciò che francamente stupisce
dell’insieme è però un particolare che sinora sembra essere sfuggito a
tutti coloro i quali — compreso chi scrive — si sono sin qui occupati
della specchiera londinese: se si pone attenzione alle differenti
tonalità di bianco che caratterizzano lo sfondo e l’incarnato della
figura (ma anche l’alloggiamento dello specchio), si può infatti notare
come queste ultime non appaiano del tutto candide, ma denotino piuttosto
lievissime tonalità carnicine.
Prima di dipingerle, il pittore
ripassò dunque le parti in rilievo della figura con un pennello carico
di uno smalto meno bianco e brillante rispetto a quello nel quale la
specchiera era stata tuffata per procedere alla sua smaltatura; in tal
modo egli attribuì spessore plastico al collo ed al volto della
fanciulla, distaccandoli così abilmente dallo sfondo.
Non per caso l’esemplare del
Victoria and Albert, che mostra una migliore sensibilità nel trattamento
pittorico della figura, è l’unico tra i documenti di questa serie a
mostrare un tale artificio, che non caratterizza l’esemplare di scavo
smaltato rinvenuto in Montelupo e, probabilmente, neppure la specchiera
francese, ove invece risalta un particolare impiego della cristallina di
piombo.
Quest’ultima, nonostante sia tratta
da un buono stampo — si veda lo straordinario filo di perle, così ben
separate, che corre lungo la sua cornice — evidenzia d’altronde una
pittura di qualità sensibilmente inferiore rispetto a quella londinese:
non per caso, tra l’altro, le maniche del vestito della fanciulla sono
qui campite d’arancio e non di rosso. Un fondale in blu intenso
disseminato di stelline arancio contribuisce da par suo a deprimere
nella maiolica di Cluny il rilievo della figura.
Nonostante si tratti di prodotti
caratterizzati da una diversa qualità formale, è però probabile che
entrambe le maioliche provengano dalla medesima bottega montelupina:
oltre al medesimo trattamento generale dell’immagine (si veda in
particolare la colorazione dell’abito), è l’idea che in entrambe si nota
di tagliare lo sfondo della figura con pennellate di blu, curiosamente
poste ad altezze diverse — più elevata è quella a destra di chi guarda —
ad inserirle nella produzione di un medesimo atelier valdarnese.
La scritta “Isoretta galante”,
apposta sulla specchiera del Victoria and Albert, indica in maniera
eloquente — se ce ne fosse bisogno — come una più alta qualità
caratterizzasse le maioliche prodotte su commissione.
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