| Piatto scodelliforme a media
tesa su largo piede a disco; rifinito al rovescio. Integro. Smaltatura
coprente, estesa anche al verso. Questo piatto
scodelliforme mostra con grande chiarezza come il trasferimento di
alcuni artefici faentini in Montelupo nel corso del terzo decennio del
Cinquecento abbia determinato una limitata produzione che, pur
effettuata nelle fornaci valdarnesi, si colloca perfettamente nel solco
degli schemi formali assimilati da quei vasai nel luogo d’origine.
Attuandosi per tecniche e decori piuttosto complessi, inoltre, la
riproposizione filologica dei generi romagnoli caratterizza in questa
fase unicamente l’attività dei ceramisti immigrati, ed in particolare
quella del pittore — ormai a noi ben noto — che sigla i suoi prodotti
con la cifra del “tridente”.
La maiolica del Kunstgewerbemuseum di Berlino
evidenzia, infatti, un perfetto inserimento nel genere faentino noto
come “vaghezze e gentilezze” (Ravanelli Guidotti 1998, pp. 306-13), il
quale si caratterizza per l’impiego di uno smalto colorato in vari gradi
d’azzurro, sino ai toni grigiastri del cosiddetto “berettino”. Il
particolare cromatismo di questa produzione sfrutta, inoltre,
sapientemente — come avviene nell’esemplare berlinese — il contrasto tra
la dominanza azzurrina dello sfondo e le estese lumeggiature in
bianco-stagno delle decorazioni, e spesso è anche esaltato da tocchi di
blu intenso.
La complessa composizione vegetale che si sviluppa
sulla tesa ed al centro, circondando uno stemma partito, nel quale
l’arme dei Medici è associata a quella (tre spighe unite per lo stelo?)
di una famiglia non identificata, presenta i medesimi elementi, anche se
assume uno sviluppo diverso nelle differenti parti della scodella. Sulla
tesa, infatti, oltre la particolare sottolineatura perlinata del bordo
(con ampi riferimenti alla produzione faentina databile tra il 1528 ed
il 1544, cfr. Ravanelli Guidotti 1998, p. 301 figg. 68a, 68c),
essa si sviluppa come un tralcio foliato, composto da girali che
assumono un andamento contrapposto; al centro, invece, la composizione
sembra divenire una sorta di albero che, muovendo da un punto posto
sotto l’apice inferiore dello scudo, quasi ad innalzarsi dal terreno,
circonda con la sua chioma l’insegna araldica partita.
Il ricercato contrasto cromatico tra l’azzurro ed il
bianco sembra voler richiamare l’effetto visivo del niello (si veda la
sovrapposizione incrociata delle foglie), quasi che i decori lumeggiati
di bianco-stagno fossero realizzati con fili d’argento prezioso,
incastrati nella superficie smaltata della scodella. La perfetta
padronanza dello sviluppo spaziale della decorazione e la sua ammirevole
simmetria, lascia intendere che essa venne ottenuta da uno spolvero,
quasi certamente derivato da un repertorio di oreficeria (cfr. la
precedente scheda 50).
La marca dipinta sul retro entro cerchiatura
appartenente, come si sa, ad un vasaio faentino che lavora in Montelupo,
può essere avvicinata al più volte citato Girolamo Mengari; la
cronologia dell’esemplare (che ritocca lievemente “al basso” quella
proposta dall’Hausmann) è relativa sia alla datazione del genere di
riferimento in Faenza — nei documenti scritti dal 1528 (Ravanelli
Guidotti 1998, p. 306) — sia alla presenza degli artefici romagnoli in
Montelupo (non prima del 1523), ma soprattutto dalla forma evoluta dello
scudo araldico qui rappresentato, che appare databile piuttosto al
quarto decennio del XVI secolo.
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