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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 “Vaghezze e gentilezze” e compendiario

58.

  Piatto scodelliforme 1530-40
h max 54 - Ø max 387

Kunstgewerbemuseum, Berlino
(acquisto 1931)

     
       
 
Piatto scodelliforme a media tesa su largo piede a disco; rifinito al rovescio. Integro. Smaltatura coprente, estesa anche al verso.  

Questo piatto scodelliforme mostra con grande chiarezza come il trasferimento di alcuni artefici faentini in Montelupo nel corso del terzo decennio del Cinquecento abbia determinato una limitata produzione che, pur effettuata nelle fornaci valdarnesi, si colloca perfettamente nel solco degli schemi formali assimilati da quei vasai nel luogo d’origine. Attuandosi per tecniche e decori piuttosto complessi, inoltre, la riproposizione filologica dei generi romagnoli caratterizza in questa fase unicamente l’attività dei ceramisti immigrati, ed in particolare quella del pittore — ormai a noi ben noto — che sigla i suoi prodotti con la cifra del “tridente”.

La maiolica del Kunstgewerbemuseum di Berlino evidenzia, infatti, un perfetto inserimento nel genere faentino noto come “vaghezze e gentilezze” (Ravanelli Guidotti 1998, pp. 306-13), il quale si caratterizza per l’impiego di uno smalto colorato in vari gradi d’azzurro, sino ai toni grigiastri del cosiddetto “berettino”. Il particolare cromatismo di questa produzione sfrutta, inoltre, sapientemente — come avviene nell’esemplare berlinese — il contrasto tra la dominanza azzurrina dello sfondo e le estese lumeggiature in bianco-stagno delle decorazioni, e spesso è anche esaltato da tocchi di blu intenso.

La complessa composizione vegetale che si sviluppa sulla tesa ed al centro, circondando uno stemma partito, nel quale l’arme dei Medici è associata a quella (tre spighe unite per lo stelo?) di una famiglia non identificata, presenta i medesimi elementi, anche se assume uno sviluppo diverso nelle differenti parti della scodella. Sulla tesa, infatti, oltre la particolare sottolineatura perlinata del bordo (con ampi riferimenti alla produzione faentina databile tra il 1528 ed il 1544, cfr. Ravanelli Guidotti 1998, p. 301 figg. 68a, 68c), essa si sviluppa come un tralcio foliato, composto da girali che assumono un andamento contrapposto; al centro, invece, la composizione sembra divenire una sorta di albero che, muovendo da un punto posto sotto l’apice inferiore dello scudo, quasi ad innalzarsi dal terreno, circonda con la sua chioma l’insegna araldica partita.

Il ricercato contrasto cromatico tra l’azzurro ed il bianco sembra voler richiamare l’effetto visivo del niello (si veda la sovrapposizione incrociata delle foglie), quasi che i decori lumeggiati di bianco-stagno fossero realizzati con fili d’argento prezioso, incastrati nella superficie smaltata della scodella. La perfetta padronanza dello sviluppo spaziale della decorazione e la sua ammirevole simmetria, lascia intendere che essa venne ottenuta da uno spolvero, quasi certamente derivato da un repertorio di oreficeria (cfr. la precedente scheda 50).

La marca dipinta sul retro entro cerchiatura appartenente, come si sa, ad un vasaio faentino che lavora in Montelupo, può essere avvicinata al più volte citato Girolamo Mengari; la cronologia dell’esemplare (che ritocca lievemente “al basso” quella proposta dall’Hausmann) è relativa sia alla datazione del genere di riferimento in Faenza — nei documenti scritti dal 1528 (Ravanelli Guidotti 1998, p. 306) — sia alla presenza degli artefici romagnoli in Montelupo (non prima del 1523), ma soprattutto dalla forma evoluta dello scudo araldico qui rappresentato, che appare databile piuttosto al quarto decennio del XVI secolo.

 

 

Bibliografia

Hausmann 1972, pp. 166-67 n. 123; Berti 1998, p. 341 tavv. 228-229.

   
 

 

   
     

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