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Piatto piano di grandi dimensioni
(vassoio) con bordo distinto e piede a disco, ricomposto da frammenti ed
integrato nella forma e nel decoro. Smaltatura coprente, estesa
anche al rovescio.
L’esemplare appartiene ad un gruppo
di grandi piatti rinvenuti all’interno del “pozzo dei lavatoi”, che
debbono con ogni probabilità esser fatti risalire all’attività della
bottega identificabile – per le ragioni che esporremo meglio in seguito
– con quella di Lorenzo di Piero Sartori, la quale, come sappiamo,
marcava i suoi prodotti con la sigla “Lo”. Tutti questi documenti, oltre
a dimensioni non comuni, denotano una ricerca formale assai sviluppata,
in grado di rendere con grande efficacia, in rigorosa monocromia blu, la
severità geometrica della composizione che li caratterizza, alleggerita
e lumeggiata, soprattutto nelle fasce di contorno, soltanto da minuscole
graffiture di colore.
Qui la decorazione si caratterizza,
infatti, per l’impiego di un motivo fitomorfo di tipo floreale dalle
dimensioni pressoché miniaturistiche, composto da due minuscole corolle
a calice, che, quasi sbocciassero da un medesimo stelo, si piegano con
grande uniformità strutturale sino a formare un semicerchio, chiuso
dagli stessi stami dai quali esse si originano. Il nucleo fondante del
decoro mostra poi quasi sempre (con una sola eccezione al momento nota)
una disposizione inversa dei due piccoli fiori che lo compongono.
Collegando tra di loro le
cerchiature vegetali in tal modo delineate, risulta una sorta di
“catenella”, che ben si presta, in ragione del suo sviluppo lineare, a
riempire con continuità gli spazi posti in prossimità del bordo dei
piatti o sulle tese delle scodelle: questo decoro, ad eccezione di una
sfera da sospensione (una tipologia ancora da studiare, ma derivata con
tutta evidenza dalla produzione di Iznik), non è infatti per il momento
documentato sulle forme cupe. Nei punti di tangenza dei diversi “anelli”
che compongono tale “catena”, si prolungano, infine, in forma di
“paragrafo” gli stami stilizzati dei due piccoli fiori.
Questo genere di decoro si
caratterizza anche per il tentativo di rispettare, nonostante le sue
ridotte dimensioni, la partizione strutturale del fiore attraverso la
minuziosa sottolineatura delle parti che lo compongono, lasciando
ridottissimi spazi “a risparmio” tra il boccio e la corolla, o tentando
talvolta di sottolineare questa divisione formale mediante l’inserimento
di puntinature (talvolta in bruno di manganese) in minuscoli cerchietti
“risparmiati”, posti alla base del boccio.
In questo esemplare rinvenuto nel
“pozzo dei lavatoi” un tale contorno floreale dall’andamento
“incatenato” è posto a stringere una cerchiatura, al cui interno sono
disposti otto motivi quadripetali; essa circonda a sua volta la porzione
centrale del piatto, ove campeggia una composizione vegetale inserita in
una figura geometrica.
Si tratta di un motivo assai diffuso
nella pittura su maiolica – tanto che in Montelupo è praticamente
utilizzato nell’intera produzione rinascimentale – ottenuto mediante la
sovrapposizione della losanga al quadrato (o, se vogliamo, di due
quadrati che insistono sullo stesso centro, uno dei quali è ruotato
della metà di un angolo retto); in essa si replica una composizione
ottagona di lontana derivazione islamica, densa – si pensi alla
costruzione “per otto parti” di edifici come il federiciano Castel del
Monte di Andria – di ancestrali contenuti simbolici. La porzione esterna
della figurazione geometrica, infatti, diviene così una sorta di
raggiatura formata da otto triangoli equilateri – di solito solo
parzialmente campiti di blu – mentre all’interno dello spazio
ottagonale, in tal modo individuato come spazio comune alle due figure
sovrapposte, è dipinta una nuova composizione vegetale.
Il motivo dei bocci fioriti
racchiusi ad anello con il quale è stato realizzato il contorno di
questa maiolica, trova confronti nelle incisioni riprodotte a stampa
dell’inizio del Cinquecento che circolavano tra orafi e decoratori (Omodeo
1975, n. 19), ma ha altresì esempi evidenti in una produzione “alla
porcellana” di Iznik, la quale può già datarsi alla fine del
Quattrocento (cfr. Soustiel 2001, p. 10 fig. 1). Poiché sappiamo
come i vasai di Montelupo, sin dal 1490 circa, abbiano guardato con
attenzione al grande centro di fabbrica anatolico, traendone sia il
colore rosso (cfr. le precedenti schede 34 e 44), sia la caratteristica
forma delle sfere da sospensione, alle quali precedentemente ci è
occorso di fare riferimento, appare più che probabile che anche questa
forma di imitazione della porcellana sia derivata dalla tradizione
nicena.
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