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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 Maioliche rinascimentali

50.

 

Piatto 1505-15
h max 40 - Ø max 265 - Ø piede 110

Museo Archeologico e della Ceramica di Montelupo
(da scavo “pozzo dei lavatoi”)

     
       
 

Piatto piano di grandi dimensioni (vassoio) con bordo distinto e piede a disco, ricomposto da frammenti ed integrato nella forma e nel decoro.  Smaltatura coprente, estesa anche al rovescio.

L’esemplare appartiene ad un gruppo di grandi piatti rinvenuti all’interno del “pozzo dei lavatoi”, che debbono con ogni probabilità esser fatti risalire all’attività della bottega identificabile – per le ragioni che esporremo meglio in seguito – con quella di Lorenzo di Piero Sartori, la quale, come sappiamo, marcava i suoi prodotti con la sigla “Lo”. Tutti questi documenti, oltre a dimensioni non comuni, denotano una ricerca formale assai sviluppata, in grado di rendere con grande efficacia, in rigorosa monocromia blu, la severità geometrica della composizione che li caratterizza, alleggerita e lumeggiata, soprattutto nelle fasce di contorno, soltanto da minuscole graffiture di colore.

Qui la decorazione si caratterizza, infatti, per l’impiego di un motivo fitomorfo di tipo floreale dalle dimensioni pressoché miniaturistiche, composto da due minuscole corolle a calice, che, quasi sbocciassero da un medesimo stelo, si piegano con grande uniformità strutturale sino a formare un semicerchio, chiuso dagli stessi stami dai quali esse si originano. Il nucleo fondante del decoro mostra poi quasi sempre (con una sola eccezione al momento nota) una disposizione inversa dei due piccoli fiori che lo compongono.

Collegando tra di loro le cerchiature vegetali in tal modo delineate, risulta una sorta di “catenella”, che ben si presta, in ragione del suo sviluppo lineare, a riempire con continuità gli spazi posti in prossimità del bordo dei piatti o sulle tese delle scodelle: questo decoro, ad eccezione di una sfera da sospensione (una tipologia ancora da studiare, ma derivata con tutta evidenza dalla produzione di Iznik), non è infatti per il momento documentato sulle forme cupe. Nei punti di tangenza dei diversi “anelli” che compongono tale “catena”, si prolungano, infine, in forma di “paragrafo” gli stami stilizzati dei due piccoli fiori.

Questo genere di decoro si caratterizza anche per il tentativo di rispettare, nonostante le sue ridotte dimensioni, la partizione strutturale del fiore attraverso la minuziosa sottolineatura delle parti che lo compongono, lasciando ridottissimi spazi “a risparmio” tra il boccio e la corolla, o tentando talvolta di sottolineare questa divisione formale mediante l’inserimento di puntinature (talvolta in bruno di manganese) in minuscoli cerchietti “risparmiati”, posti alla base del boccio.

In questo esemplare rinvenuto nel “pozzo dei lavatoi” un tale contorno floreale dall’andamento “incatenato” è posto a stringere una cerchiatura, al cui interno sono disposti otto motivi quadripetali; essa circonda a sua volta la porzione centrale del piatto, ove campeggia una composizione vegetale inserita in una figura geometrica.

Si tratta di un motivo assai diffuso nella pittura su maiolica – tanto che in Montelupo è praticamente utilizzato nell’intera produzione rinascimentale – ottenuto mediante la sovrapposizione della losanga al quadrato (o, se vogliamo, di due quadrati che insistono sullo stesso centro, uno dei quali è ruotato della metà di un angolo retto); in essa si replica una composizione ottagona di lontana derivazione islamica, densa – si pensi alla costruzione “per otto parti” di edifici come il federiciano Castel del Monte di Andria – di ancestrali contenuti simbolici. La porzione esterna della figurazione geometrica, infatti, diviene così una sorta di raggiatura formata da otto triangoli equilateri – di solito solo parzialmente campiti di blu – mentre all’interno dello spazio ottagonale, in tal modo individuato come spazio comune alle due figure sovrapposte, è dipinta una nuova composizione vegetale.

Il motivo dei bocci fioriti racchiusi ad anello con il quale è stato realizzato il contorno di questa maiolica, trova confronti nelle incisioni riprodotte a stampa dell’inizio del Cinquecento che circolavano tra orafi e decoratori (Omodeo 1975, n. 19), ma ha altresì esempi evidenti in una produzione “alla porcellana” di Iznik, la quale può già datarsi alla fine del Quattrocento (cfr. Soustiel 2001, p. 10 fig. 1). Poiché sappiamo come i vasai di Montelupo, sin dal 1490 circa, abbiano guardato con attenzione al grande centro di fabbrica anatolico, traendone sia il colore rosso (cfr. le precedenti schede 34 e 44), sia la caratteristica forma delle sfere da sospensione, alle quali precedentemente ci è occorso di fare riferimento, appare più che probabile che anche questa forma di imitazione della porcellana sia derivata dalla tradizione nicena.

  

 

Bibliografia

Berti 1998, pp. 141-42 e p. 302 tav. 144.

   
 

 

   
     

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