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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 Maioliche rinascimentali

48.

 

Piatto 1513-20
h max 47 - Ø max 335 - Ø piede 155

Museo Archeologico e della Ceramica di Montelupo
(da scavo “pozzo dei lavatoi”)

     
       
 

Piatto piano con bordo distinto su piede a disco. Ricomposto da frammenti ed integrato nella forma e nel decoro. Smaltatura coprente, estesa anche al rovescio.  

La decorazione che si sviluppa nella fascia di contorno di questo piatto ci rinvia alla versione più antica del genere “alla porcellana”, che nell’esemplare descritto alla scheda precedente abbiamo visto essere impiegata quale riempitivo negli spazi di risulta del “cimiero”. Il termine di “porcellana”, già diffuso in Italia dal Genolini (Genolini 1881, p. 51), trovò nell’opera del Milanesi-Guasti su Cafaggiolo ed i centri ceramici della Toscana (Milanesi- Guasti 1902, p. 138; Berti 1998, p. 221 nota 31) un riferimento non tanto alla nota classe dei manufatti orientali (la porcellana), quanto al decoro che la caratterizza, poiché i fiori turchini di questa tipologia decorativa troverebbero riscontro nell’aspetto delle foglie della pianta chiamata per l’appunto “porcellana” (la Portulaca oleracea); con la definizione di “alla porcellana” si volle quindi indicare soprattutto un ornato che mostra un tale riferimento vegetale.

Analizzando questo genere (una vera e propria classe), la cui complessità può meglio risaltare oggi, grazie alla scoperta delle differenti tradizioni sviluppate nei centri di fabbrica italiani, è però facile accorgersi come essa sia nella realtà comprensiva di una molteplicità di filoni decorativi che, pur potendosi in vario grado rapportare ad un’idea imitativa di tipo naturalistico, presentano al loro interno un’articolazione di motivi ispiratori talmente variegata da necessitare di un più raffinato inquadramento storico-tipologico.

Già Gaetano Ballardini, trattando dell’influenza orientale sulle ceramiche faentine del Cinquecento, aveva potuto notare l’enorme diffusione dei generi che possono inserirsi nella definizione collettiva di “decoro alla porcellana”, e ne aveva facilmente evidenziato l’ispirarsi a decorazioni fittili di area asiatica (Ballardini 1919, pp. 49-59). A prescindere dai singoli motivi impiegati e dal loro avvicinarsi a questo o quell’esempio naturalistico, infatti, era la ricerca di un effetto visivo in grado di rapportarsi ai manufatti orientali, ciò che spingeva i vasai nostrani a dipingere maioliche nelle quali composizioni vegetali turchine si stagliavano su uno sfondo color bianco-candido.

Nella tradizione montelupina del XVI secolo, d’altronde, abbiamo potuto individuare almeno cinque gruppi diversi di decori “alla porcellana”, alcuni dei quali traggono i loro motivi ispiratori da stoffe, altri da soggetti naturalistici e da stampe, ed altri ancora dall’imitazione diretta dei prodotti ceramici asiatici ed anatolici, indirizzandosi tutti, sia pure per diversi gradi di fedeltà, alla mimesi della porcellana (Berti 1998, pp. 135-36).

Uno dei decori più utilizzati per questa produzione è caratterizzato dalla presenza di un motivo floreale che sembra tagliato in sezione, in maniera tale che tutto il fiore appare scomposto nelle sue parti costitutive, e lascia emergere con particolare evidenza una corolla simile ad una sorta di ingranaggio semilunato. Una fisionomia del genere ci riporta con evidenza ai velluti rinascimentali – i broccati – sui quali si sviluppava una decorazione in rilievo, assai simile, per la vista laterale dei motivi vegetali, all’impostazione della pittura vascolare.

Nel piatto con lo stemma cardinalizio dei Pucci rinvenuto nel “pozzo dei lavatoi” il motivo floreale del broccato viene riprodotto sette volte, piegandolo lievemente sulla sinistra, come se la composizione ruotasse in senso antiorario.

Alla corolla “sezionata” si unisce una serie di vilucchi vegetali che terminano in piccole volute spiralate, accompagnandosi a gruppi di tre piccole foglie dalla fisionomia romboidale.

La cerchiatura dello stemma è realizzata mediante una fascia campita di giallo, ripartita in minuscoli settori da una sorta di nastro stilizzato, che pare ruotare anch’esso in senso antiorario, e risulta in tutto simile a quello dipinto su di un esemplare con stemma Medici, già attribuito dal Liverani alla fornace di Cafaggiolo (Liverani 1936, pp. 51-52).

La cronologia dello scarico di fornace dal quale questo piatto proviene indica, come già ci è occorso di accennare alla scheda 45, che il prelato di casa Pucci a cui esso era destinato deve essere identificato con quel Lorenzo (cardinale dal 1513 al 1531), che fece parte dell’entourage di Leone X (Spallanzani 1999). La maiolica, dunque, apparteneva a quelle forniture per la curia papale delle quali è restata traccia cospicua proprio nel “pozzo dei lavatoi”, dove venne specialmente a concentrarsi il rifiuto delle fornaci montelupine attive negli anni 1500- 20, periodo che comprende quello del papato del figlio di Lorenzo de’ Medici.

 

 

Bibliografia

Berti 1998, p. 301 tav. 142.

   
 

 

   
     

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