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Piatto piano con bordo distinto su
piede a disco. Ricomposto da frammenti ed integrato nella forma e nel
decoro. Smaltatura coprente, estesa anche al rovescio.
La decorazione che si sviluppa nella
fascia di contorno di questo piatto ci rinvia alla versione più antica
del genere “alla porcellana”, che nell’esemplare descritto alla scheda
precedente abbiamo visto essere impiegata quale riempitivo negli spazi
di risulta del “cimiero”. Il termine di “porcellana”, già diffuso in
Italia dal Genolini (Genolini 1881, p. 51), trovò nell’opera del
Milanesi-Guasti su Cafaggiolo ed i centri ceramici della Toscana
(Milanesi- Guasti 1902, p. 138; Berti 1998, p. 221 nota 31) un
riferimento non tanto alla nota classe dei manufatti orientali (la
porcellana), quanto al decoro che la caratterizza, poiché i fiori
turchini di questa tipologia decorativa troverebbero riscontro
nell’aspetto delle foglie della pianta chiamata per l’appunto
“porcellana” (la Portulaca oleracea); con la definizione di “alla
porcellana” si volle quindi indicare soprattutto un ornato che mostra un
tale riferimento vegetale.
Analizzando questo genere (una vera
e propria classe), la cui complessità può meglio risaltare oggi, grazie
alla scoperta delle differenti tradizioni sviluppate nei centri di
fabbrica italiani, è però facile accorgersi come essa sia nella realtà
comprensiva di una molteplicità di filoni decorativi che, pur potendosi
in vario grado rapportare ad un’idea imitativa di tipo naturalistico,
presentano al loro interno un’articolazione di motivi ispiratori
talmente variegata da necessitare di un più raffinato inquadramento
storico-tipologico.
Già Gaetano Ballardini, trattando
dell’influenza orientale sulle ceramiche faentine del Cinquecento, aveva
potuto notare l’enorme diffusione dei generi che possono inserirsi nella
definizione collettiva di “decoro alla porcellana”, e ne aveva
facilmente evidenziato l’ispirarsi a decorazioni fittili di area
asiatica (Ballardini 1919, pp. 49-59). A prescindere dai singoli motivi
impiegati e dal loro avvicinarsi a questo o quell’esempio naturalistico,
infatti, era la ricerca di un effetto visivo in grado di rapportarsi ai
manufatti orientali, ciò che spingeva i vasai nostrani a dipingere
maioliche nelle quali composizioni vegetali turchine si stagliavano su
uno sfondo color bianco-candido.
Nella tradizione montelupina del XVI
secolo, d’altronde, abbiamo potuto individuare almeno cinque gruppi
diversi di decori “alla porcellana”, alcuni dei quali traggono i loro
motivi ispiratori da stoffe, altri da soggetti naturalistici e da
stampe, ed altri ancora dall’imitazione diretta dei prodotti ceramici
asiatici ed anatolici, indirizzandosi tutti, sia pure per diversi gradi
di fedeltà, alla mimesi della porcellana (Berti 1998, pp. 135-36).
Uno dei decori più utilizzati per
questa produzione è caratterizzato dalla presenza di un motivo floreale
che sembra tagliato in sezione, in maniera tale che tutto il fiore
appare scomposto nelle sue parti costitutive, e lascia emergere con
particolare evidenza una corolla simile ad una sorta di ingranaggio
semilunato. Una fisionomia del genere ci riporta con evidenza ai velluti
rinascimentali – i broccati – sui quali si sviluppava una decorazione in
rilievo, assai simile, per la vista laterale dei motivi vegetali,
all’impostazione della pittura vascolare.
Nel piatto con lo stemma
cardinalizio dei Pucci rinvenuto nel “pozzo dei lavatoi” il motivo
floreale del broccato viene riprodotto sette volte, piegandolo
lievemente sulla sinistra, come se la composizione ruotasse in senso
antiorario.
Alla corolla “sezionata” si unisce
una serie di vilucchi vegetali che terminano in piccole volute spiralate,
accompagnandosi a gruppi di tre piccole foglie dalla fisionomia
romboidale.
La cerchiatura dello stemma è
realizzata mediante una fascia campita di giallo, ripartita in minuscoli
settori da una sorta di nastro stilizzato, che pare ruotare anch’esso in
senso antiorario, e risulta in tutto simile a quello dipinto su di un
esemplare con stemma Medici, già attribuito dal Liverani alla fornace di
Cafaggiolo (Liverani 1936, pp. 51-52).
La cronologia dello scarico di
fornace dal quale questo piatto proviene indica, come già ci è occorso
di accennare alla scheda 45, che il prelato di casa Pucci a cui esso era
destinato deve essere identificato con quel Lorenzo (cardinale dal 1513
al 1531), che fece parte dell’entourage di Leone X (Spallanzani
1999). La maiolica, dunque, apparteneva a quelle forniture per la curia
papale delle quali è restata traccia cospicua proprio nel “pozzo dei
lavatoi”, dove venne specialmente a concentrarsi il rifiuto delle
fornaci montelupine attive negli anni 1500- 20, periodo che comprende
quello del papato del figlio di Lorenzo de’ Medici.
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