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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 Maioliche rinascimentali

42.

  Piatto 1510-20
h max 37 - Ø max 257 - Ø piede 112

Museo Archeologico e della Ceramica di Montelupo
(da scavo “pozzo dei lavatoi”)

     
       
 
Piatto piano con piede a disco e bordo distinto. Ricomposto da frammenti ed integrato nella forma e nel decoro. Smaltatura coprente, estesa anche al rovescio.

Questo piatto rinvenuto nel “pozzo dei lavatoi” rappresenta una delle più interessanti testimonianze del genere decorativo detto “al blu graffito”, sviluppato da alcune botteghe ceramiche montelupine nel corso del secondo decennio del XVI secolo, e poi riprodotto, con apprezzabili varianti, sino al 1530-40 circa.

La tipologia del “blu graffito” mostra nel primo periodo rinascimentale l’adozione di una fascia di contorno campita in ossido di cobalto, la quale è molto spesso ristretta da due larghe filettature dipinte in giallo e puntinate di rosso; la bordatura esterna dei piatti è poi sottolineata in blu o in verde. Ciò che caratterizza questo decoro, oltre al suo rigido schema compositivo, è però la lumeggiatura della parte centrale del contorno, che si realizza mediante graffitura del pigmento blu, sino a scoprire il bianco dello smalto sottostante.

Un’analisi dei motivi realizzati sulla fascia e, più in generale, l’impostazione stessa del decoro, richiama palesemente alcuni stilemi usuali già sul finire del XV secolo alle botteghe faentine (si veda, ad esempio, la scatola con coperchio pubblicata in Ravanelli Guidotti 1998 p. 185 fig. 37a e, più in generale, Argnani 1898, vol. II tav. XIX, fig. IX), e poi ripresi da vari artefici, tra cui il cosiddetto “maestro C.I.”, al quale il Rackham attribuisce il piatto con Perseo e Andromeda del Victoria and Albert (Rackham-Mallet 1977, vol. 1 p. 81; vol. 2 plate 41 n. 258).

Tipica di questa produzione del centro romagnolo, da ritenere coeva a quella montelupina, è infatti una sorta di ghirlanda formata da una banda continua di nodi trilobi, dipinti in una tonalità di blu scuro sulla fascia campita d’azzurro del contorno, ai quali si affiancano due serie di intrecci similari, intervallati però da uno spazio vuoto. Ciò che distingue le maioliche valdarnesi da quelle faentine è l’adozione dell’artificio della graffitura per realizzare i motivi che si pongono sulla fascia periferica, e ciò si nota anche in esemplari al momento attribuiti alla fornace di Cafaggiolo, come si può notare dalla cerchiatura del grande piatto con la raffigurazione della Fama tratta da un’incisione di Nicoletto da Modena conservato al Kunstgewerbemuseum di Berlino (Hausmann 1972, p. 128 n. 99).

L’ampio spazio che la cerchiatura “al blu graffito” lascia al centro delle forme aperte si adatta magnificamente all’inserimento di stemmi o parti figurate di ampie dimensioni; è per questo che tale tipologia decorativa sembra essere stata preferita dai pittori valdarnesi per la realizzazione di soggetti di particolare impegno figurativo, come il cavallo che campeggia in questo piatto del “pozzo dei lavatoi”.

L’animale, colto mentre muove il passo, palesa la notevole dimestichezza del suo autore nel delineare le figure, delle quali egli sa restituire, con pochi ed incisivi tratti, l’anatomia: la perfetta proporzione tra la nobile testa equina ed il tronco, conferisce in effetti a questo cavallo un’eleganza che poche volte è dato di incontrare nella pittura su maiolica dell’inizio del XVI secolo. Ancor più ammirevole, se vogliamo, è la capacità manifestata dal suo artefice nel conferire volume al corpo dell’animale, ombreggiando le masse muscolari del quadrupede con tocchi di delicato arancio, che lasciano scoperte le parti più luminose del collo e del ventre.

La sintetica ambientazione in uno sfondo naturalistico – in un prato dipinto di giallo e di verde, con rocce ed alberi sovrastati dall’azzurro del cielo – non attrae il pittore, ma gli serve unicamente per attribuire concretezza al soggetto che realizza.

 

 

Bibliografia

Berti 1998, p. 291 tav. 126.

   
 

 

   
     

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