| Piatto piano con piede a
disco e bordo distinto. Ricomposto da frammenti ed integrato nella forma
e nel decoro. Smaltatura coprente, estesa anche al rovescio.
Questo piatto rinvenuto nel “pozzo dei lavatoi”
rappresenta una delle più interessanti testimonianze del genere
decorativo detto “al blu graffito”, sviluppato da alcune botteghe
ceramiche montelupine nel corso del secondo decennio del XVI secolo, e
poi riprodotto, con apprezzabili varianti, sino al 1530-40 circa.
La tipologia del “blu graffito” mostra nel primo
periodo rinascimentale l’adozione di una fascia di contorno campita in
ossido di cobalto, la quale è molto spesso ristretta da due larghe
filettature dipinte in giallo e puntinate di rosso; la bordatura esterna
dei piatti è poi sottolineata in blu o in verde. Ciò che caratterizza
questo decoro, oltre al suo rigido schema compositivo, è però la
lumeggiatura della parte centrale del contorno, che si realizza mediante
graffitura del pigmento blu, sino a scoprire il bianco dello smalto
sottostante.
Un’analisi dei motivi realizzati sulla fascia e, più
in generale, l’impostazione stessa del decoro, richiama palesemente
alcuni stilemi usuali già sul finire del XV secolo alle botteghe
faentine (si veda, ad esempio, la scatola con coperchio pubblicata in
Ravanelli Guidotti 1998 p. 185 fig. 37a e, più in generale,
Argnani 1898, vol. II tav. XIX, fig. IX), e poi ripresi da vari
artefici, tra cui il cosiddetto “maestro C.I.”, al quale il Rackham
attribuisce il piatto con Perseo e Andromeda del Victoria and Albert (Rackham-Mallet
1977, vol. 1 p. 81; vol. 2 plate 41 n. 258).
Tipica di questa produzione del centro romagnolo, da
ritenere coeva a quella montelupina, è infatti una sorta di ghirlanda
formata da una banda continua di nodi trilobi, dipinti in una tonalità
di blu scuro sulla fascia campita d’azzurro del contorno, ai quali si
affiancano due serie di intrecci similari, intervallati però da uno
spazio vuoto. Ciò che distingue le maioliche valdarnesi da quelle
faentine è l’adozione dell’artificio della graffitura per realizzare i
motivi che si pongono sulla fascia periferica, e ciò si nota anche in
esemplari al momento attribuiti alla fornace di Cafaggiolo, come si può
notare dalla cerchiatura del grande piatto con la raffigurazione della
Fama tratta da un’incisione di Nicoletto da Modena conservato al
Kunstgewerbemuseum di Berlino (Hausmann 1972, p. 128 n. 99).
L’ampio spazio che la cerchiatura “al blu graffito”
lascia al centro delle forme aperte si adatta magnificamente
all’inserimento di stemmi o parti figurate di ampie dimensioni; è per
questo che tale tipologia decorativa sembra essere stata preferita dai
pittori valdarnesi per la realizzazione di soggetti di particolare
impegno figurativo, come il cavallo che campeggia in questo piatto del
“pozzo dei lavatoi”.
L’animale, colto mentre muove il passo, palesa la
notevole dimestichezza del suo autore nel delineare le figure, delle
quali egli sa restituire, con pochi ed incisivi tratti, l’anatomia: la
perfetta proporzione tra la nobile testa equina ed il tronco, conferisce
in effetti a questo cavallo un’eleganza che poche volte è dato di
incontrare nella pittura su maiolica dell’inizio del XVI secolo. Ancor
più ammirevole, se vogliamo, è la capacità manifestata dal suo artefice
nel conferire volume al corpo dell’animale, ombreggiando le masse
muscolari del quadrupede con tocchi di delicato arancio, che lasciano
scoperte le parti più luminose del collo e del ventre.
La sintetica ambientazione in uno sfondo naturalistico
– in un prato dipinto di giallo e di verde, con rocce ed alberi
sovrastati dall’azzurro del cielo – non attrae il pittore, ma gli serve
unicamente per attribuire concretezza al soggetto che realizza.
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