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Targa murale integra nelle sue parti, nel genere detto “a
testa di cavallo”, tipico della morfologia dello scudo araldico
tardo-quattrocentesco, non è chiaro se in origine accompagnata da
elementi aggiuntivi — quali ghirlande o festoni — come sovente accade
negli stemmi dell’epoca. Al momento della stesura della scheda, inoltre,
non ci è stato possibile verificare le caratteristiche dell’impasto, né
l’eventuale estensione della smaltatura al rovescio.
Come si può leggere nel riquadro rettangolare posto in
alto, questo documento faceva parte di una composizione araldica,
probabilmente collocata da un Nicola Corsini nella facciata o
nell’interno di un palazzo pubblico del Contado o del Distretto di
Firenze; questo personaggio, infatti, lasciò quasi certamente, secondo
le consuetudini dell’epoca (cfr. Berti 1999, pp. 193-95), la sua insegna
nel luogo ove aveva esercitato funzioni di carattere giudiziario e di
ufficiale di governo, rivestendovi cioè la carica di podestà o di
vicario. Improvvidi interventi, avvenuti alla metà del XIX secolo,
debbono aver distaccato la maiolica, poi finita in collezione privata, e
quindi donata al Musée National de Céramique di Sèvres.
La targa, per essere solo di poco successiva a quella
di Zanobi dei Cattani da Diacceto (1475-76), murata nel palazzo
vicariale di Vicopisano (Berti 1999, p. 194 fig. 85),
costituisce, oltre che una delle più antiche testimonianze di insegne
maiolicate di carattere “pubblico”, un ben noto esempio dell’impiego
degli “angeli reggistemma” sulla maiolica di area fiorentina databile al
ventennio 1460-80.
Le figure angeliche che sostengono l’insegna — qui, a
differenza della scodella descritta alla scheda precedente, si possono
notare le aureole — si uniscono inoltre ad un motivo fitomorfo assai
diffuso in questo tipo di composizioni e frequentemente utilizzato nella
pittura vascolare dell’epoca (in specie su forma chiusa), consistente
nella rappresentazione stilizzata del papavero oppiaceo.
È rimarchevole nel documento la tendenza ad accentuare
il volume dei corpi, ripassandoli con diverse tonalità di blu, come se
essi fossero soggetti ad una forte ombreggiatura, la quale però si
avverte come del tutto innaturale, poiché prescinde da ogni possibile
fonte di luce. Il pittore della targa Corsini, così come gli altri
artefici che allora utilizzarono un tal genere di composizione figurata,
poi arricchita di lussureggianti motivi vegetali, intende quindi
realizzare immagini dalla forte volumetria; perseguendo il suo scopo,
egli mostra di non preoccuparsi eccessivamente dell’aspetto quasi
plumbeo assunto dalle sue figure, nelle quali lo scuro del blu di
cobalto prevale di gran lunga sulle parti lumeggiate “a risparmio”.
Sotto questo profilo (e per la definizione angelica e
sessuata dei personaggi) il pittore della targa Corsini si distingue da
quello di Sèvres, il quale impiega toni assai più diluiti per
sottolineare l’incarnato dei suoi geni alati, ma riduce però ancor più
drasticamente le porzioni lumeggiate nel corpo degli animali da lui
dipinti sul piatto scodelliforme del museo francese. Mentre il primo si
avvicina nettamente alla maniera di alcuni pittori operanti in
Montelupo, della cui attività è restata traccia negli scarichi delle
fornaci locali (Berti 1997, pp. 278-80, tavv. 130-35; pp. 192-93
figg. 58-59), il secondo ribadisce così la sua più che probabile
estraneità nei confronti del panorama produttivo del centro valdarnese.
Ciò che palesemente accomuna entrambi gli artefici è
però un’esasperata ricerca di realismo nelle raffigurazioni: il
persistente impiego della “tavolozza fredda” — arricchita solo da
modesti tocchi d’arancio o di giallo — e, soprattutto, l’artificio della
contornitura e la mancanza di uno spazio definito in termini
naturalistici, contrasta però fieramente con tale tendenza, e accentua,
anzi, l’aspetto “medievale” di queste maioliche, le quali restano
tuttavia assai significative della tensione verso il realismo pittorico
che va diffondendosi in quegli anni tra i ceramisti “fiorentini”.
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