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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 Maioliche di transizione ai motivi rinascimentali

19.

  Targa murale datata 4 gennaio 1478
(1477 nello stile fiorentino ab incarnatione)
 
h max 380 - larghezza max 270

Musée National de Céramique, Sèvres
(dono Sauvageot 1859)

     
       
 
Targa murale integra nelle sue parti, nel genere detto “a testa di cavallo”, tipico della morfologia dello scudo araldico tardo-quattrocentesco, non è chiaro se in origine accompagnata da elementi aggiuntivi — quali ghirlande o festoni — come sovente accade negli stemmi dell’epoca. Al momento della stesura della scheda, inoltre, non ci è stato possibile verificare le caratteristiche dell’impasto, né l’eventuale estensione della smaltatura al rovescio.

Come si può leggere nel riquadro rettangolare posto in alto, questo documento faceva parte di una composizione araldica, probabilmente collocata da un Nicola Corsini nella facciata o nell’interno di un palazzo pubblico del Contado o del Distretto di Firenze; questo personaggio, infatti, lasciò quasi certamente, secondo le consuetudini dell’epoca (cfr. Berti 1999, pp. 193-95), la sua insegna nel luogo ove aveva esercitato funzioni di carattere giudiziario e di ufficiale di governo, rivestendovi cioè la carica di podestà o di vicario. Improvvidi interventi, avvenuti alla metà del XIX secolo, debbono aver distaccato la maiolica, poi finita in collezione privata, e quindi donata al Musée National de Céramique di Sèvres.

La targa, per essere solo di poco successiva a quella di Zanobi dei Cattani da Diacceto (1475-76), murata nel palazzo vicariale di Vicopisano (Berti 1999, p. 194 fig. 85), costituisce, oltre che una delle più antiche testimonianze di insegne maiolicate di carattere “pubblico”, un ben noto esempio dell’impiego degli “angeli reggistemma” sulla maiolica di area fiorentina databile al ventennio 1460-80.

Le figure angeliche che sostengono l’insegna — qui, a differenza della scodella descritta alla scheda precedente, si possono notare le aureole — si uniscono inoltre ad un motivo fitomorfo assai diffuso in questo tipo di composizioni e frequentemente utilizzato nella pittura vascolare dell’epoca (in specie su forma chiusa), consistente nella rappresentazione stilizzata del papavero oppiaceo.

È rimarchevole nel documento la tendenza ad accentuare il volume dei corpi, ripassandoli con diverse tonalità di blu, come se essi fossero soggetti ad una forte ombreggiatura, la quale però si avverte come del tutto innaturale, poiché prescinde da ogni possibile fonte di luce. Il pittore della targa Corsini, così come gli altri artefici che allora utilizzarono un tal genere di composizione figurata, poi arricchita di lussureggianti motivi vegetali, intende quindi realizzare immagini dalla forte volumetria; perseguendo il suo scopo, egli mostra di non preoccuparsi eccessivamente dell’aspetto quasi plumbeo assunto dalle sue figure, nelle quali lo scuro del blu di cobalto prevale di gran lunga sulle parti lumeggiate “a risparmio”.

Sotto questo profilo (e per la definizione angelica e sessuata dei personaggi) il pittore della targa Corsini si distingue da quello di Sèvres, il quale impiega toni assai più diluiti per sottolineare l’incarnato dei suoi geni alati, ma riduce però ancor più drasticamente le porzioni lumeggiate nel corpo degli animali da lui dipinti sul piatto scodelliforme del museo francese. Mentre il primo si avvicina nettamente alla maniera di alcuni pittori operanti in Montelupo, della cui attività è restata traccia negli scarichi delle fornaci locali (Berti 1997, pp. 278-80, tavv. 130-35; pp. 192-93 figg. 58-59), il secondo ribadisce così la sua più che probabile estraneità nei confronti del panorama produttivo del centro valdarnese.

Ciò che palesemente accomuna entrambi gli artefici è però un’esasperata ricerca di realismo nelle raffigurazioni: il persistente impiego della “tavolozza fredda” — arricchita solo da modesti tocchi d’arancio o di giallo — e, soprattutto, l’artificio della contornitura e la mancanza di uno spazio definito in termini naturalistici, contrasta però fieramente con tale tendenza, e accentua, anzi, l’aspetto “medievale” di queste maioliche, le quali restano tuttavia assai significative della tensione verso il realismo pittorico che va diffondendosi in quegli anni tra i ceramisti “fiorentini”.

 

 

Bibliografia

Giacomotti 1974, p. 20 n. 61; Berti 1999, p. 388 tav. 352.

   
 

 

   
     

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