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  Capolavori della Maiolica Rinascimentale  
     

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 Damaschino

12.

 

Alberello 1440-50
h max 276 - Ø max 134 - Ø piede 100 - Ø bocca 133

Collezione privata, Toscana

     
       
 

Alberello a probabile destinazione farmaceutica. Piede a disco, fondo espanso verso l’esterno, corpo cilindrico lievemente carenato sull’interno e racchiuso alla spalla; lungo collo svasato che si allarga alla bocca sino a formare un bordo spiovente, tagliato a stecca.

La forma è quella tipica degli alberelli da spezieria spagnoli — dei quali, tra l’altro, l’esemplare riprende la decorazione in monocromia blu — che avrà larga fortuna nella produzione di area fiorentina, ed in particolare a Montelupo, ove resterà in auge, con qualche modifica di dettaglio, sino ai primi lustri del XVI secolo (Berti 1999, pp. 432-33, figg. 23 e 28).

Impasto biancastro dalla consistenza tenera; smaltatura coprente, estesa anche all’interno.

La decorazione è di tipo misto, e comprende due bande con motivi fitomorfi stilizzati — una sorta di ciuffetti vegetali, alternati e spartiti con una linea sinusoidale dalle spire pressoché triangolari — poste all’avvio inferiore della parete e sulla spalla, le quali stringono una più larga fascia decorata con motivi geometrici.

In essa è possibile riconoscere (Ravanelli Guidotti 1990, pp. 22-25) una semplificazione dei pittogrammi della scrittura araba, detta anche “cufica”, ben nota alla tradizione ceramistica dell’Islam — e soprattutto in quella iraniana di Nishapur, ove costituì una tipologia di grande prestigio — ma di certo diffusa in Italia grazie alla massiccia esportazione verso oriente delle maioliche valenzane, in particolare di quelle contraddistinte dalla monocromia blu, nella cui decorazione fu comunemente impiegata, assieme ad una versione semplificata del cosiddetto “nodo orientale” (Gonzáles Martí 1952, tomo II, p. 349 fig. 456; Berti 1999, p. 127 e pp. 238-39 tavv. 11-15). Essa, dunque, è stata definita dagli studiosi anche “pseudocufica” (“simulate Cufic inscriptions”, Rackham- Mallet 1977, vol. 1 p. 14, n. 52), per sottolineare l’uso della medesima per via derivata e a semplici scopi decorativi.

L’inconsapevole ripresa della scrittura pittografica araba, in origine impiegata per veicolare invocazioni religiose ed auspici beneauguranti, riguarda anche la maiolica iberica, ma qui si riduce ad una pura successione di segni regolari, spartiti da una linea in blu posta alla metà circa dell’altezza delle pareti; gli spazi di risulta sono poi chiusi da motivi irregolari con barrature “a graticcio”.

Il collo, infine, è occupato da semplici segmentature verticali di riempimento.

In assenza di sigle di bottega o di stilemi riconoscibili, l’attribuzione dell’esemplare alla produzione montelupina non può dirsi del tutto sicura. È tuttavia da osservare che per il momento solo dagli scarichi di fornace del centro valdarnese provengono frammenti di tale tipologia (cfr. Berti 1999, p. 126 fig. 43 e p. 128 fig. 44).

La datazione al 1440-50 del genere “pseudocufico” al quale appartiene la maiolica qui descritta deriva dai dati di scavo di Montelupo, e tiene conto del momento di massima diffusione della maiolica valenzana in Italia ed in particolare lungo la costa tirrenica.

 

 

Bibliografia

 Inedito

   
 

 

   
     

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