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Alberello a probabile destinazione
farmaceutica. Piede a disco, fondo espanso verso l’esterno, corpo
cilindrico lievemente carenato sull’interno e racchiuso alla spalla;
lungo collo svasato che si allarga alla bocca sino a formare un bordo
spiovente, tagliato a stecca.
La forma è quella tipica degli
alberelli da spezieria spagnoli — dei quali, tra l’altro, l’esemplare
riprende la decorazione in monocromia blu — che avrà larga fortuna nella
produzione di area fiorentina, ed in particolare a Montelupo, ove
resterà in auge, con qualche modifica di dettaglio, sino ai primi lustri
del XVI secolo (Berti 1999, pp. 432-33, figg. 23 e 28).
Impasto biancastro dalla consistenza
tenera; smaltatura coprente, estesa anche all’interno.
La decorazione è di tipo misto, e
comprende due bande con motivi fitomorfi stilizzati — una sorta di
ciuffetti vegetali, alternati e spartiti con una linea sinusoidale dalle
spire pressoché triangolari — poste all’avvio inferiore della parete e
sulla spalla, le quali stringono una più larga fascia decorata con
motivi geometrici.
In essa è possibile riconoscere
(Ravanelli Guidotti 1990, pp. 22-25) una semplificazione dei pittogrammi
della scrittura araba, detta anche “cufica”, ben nota alla tradizione
ceramistica dell’Islam — e soprattutto in quella iraniana di Nishapur,
ove costituì una tipologia di grande prestigio — ma di certo diffusa in
Italia grazie alla massiccia esportazione verso oriente delle maioliche
valenzane, in particolare di quelle contraddistinte dalla monocromia
blu, nella cui decorazione fu comunemente impiegata, assieme ad una
versione semplificata del cosiddetto “nodo orientale” (Gonzáles Martí
1952, tomo II, p. 349 fig. 456; Berti 1999, p. 127 e pp. 238-39
tavv. 11-15). Essa, dunque, è stata definita dagli studiosi anche
“pseudocufica” (“simulate Cufic inscriptions”, Rackham- Mallet 1977,
vol. 1 p. 14, n. 52), per sottolineare l’uso della medesima per via
derivata e a semplici scopi decorativi.
L’inconsapevole ripresa della
scrittura pittografica araba, in origine impiegata per veicolare
invocazioni religiose ed auspici beneauguranti, riguarda anche la
maiolica iberica, ma qui si riduce ad una pura successione di segni
regolari, spartiti da una linea in blu posta alla metà circa
dell’altezza delle pareti; gli spazi di risulta sono poi chiusi da
motivi irregolari con barrature “a graticcio”.
Il collo, infine, è occupato da
semplici segmentature verticali di riempimento.
In assenza di sigle di bottega o di
stilemi riconoscibili, l’attribuzione dell’esemplare alla produzione
montelupina non può dirsi del tutto sicura. È tuttavia da osservare che
per il momento solo dagli scarichi di fornace del centro valdarnese
provengono frammenti di tale tipologia (cfr. Berti 1999, p. 126 fig.
43 e p. 128 fig. 44).
La datazione al 1440-50 del genere
“pseudocufico” al quale appartiene la maiolica qui descritta deriva dai
dati di scavo di Montelupo, e tiene conto del momento di massima
diffusione della maiolica valenzana in Italia ed in particolare lungo la
costa tirrenica.
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