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Il Museo della Ceramica di Montelupo raccoglie le testimonianze della produzione ceramica del luogo, che fu uno dei più importanti centri di fabbrica non solo d’Italia, ma dell’intero bacino del Mediterraneo. Avviata nel corso del XIII secolo ed incentrata soprattutto sulla lavorazione della maiolica (ceramica smaltata), l’attività locale trova due fondamentali occasioni di sviluppo nella conquista di Pisa (1406), che apre alle merci fiorentine l’accesso al mare, e sul contemporaneo confronto con le ceramiche spagnole – prodotte in particolare nella zona di Montelupo – che impongono a Montelupo una crescita qualitativa della sua attività.
Supportata dalla committenza delle famiglie fiorentine e dai vettori commerciali della famiglia Antinori, la maiolica di Montelupo può così inviare, attraverso barche che discendono il corso dell’Arno per giungere agli scali marittimi di Pisa e Livorno, grandi quantità di maioliche sul mercato internazionale, alimentato dai commerci marittimi. In poco tempo i prodotti montelupinisi diffondono così in tutto il Mediterraneo (Grecia, Nordafrica, Francia, Spagna), percorrendo anche le rotte atlantiche (Inghilterra, Olanda), sino a raggiungere il Nuovo Mondo.

È tra il 1420 ed il 1530 circa che si colloca l’apice dell’attività ceramistica di Montelupo, mentre con l’inizio del Seicento, in correlazione con la crisi delle manifatture italiane, la lavorazione della maiolica inizia a regredire sino a toccare il suo punto più basso alla fine del Settecento. Tra Otto e Novecento, però, questa attività, grazie soprattutto alla manifattura Fanciullacci, torna a crescere con forza.

Le collezioni del Museo della Ceramica di Montelupo si articolano su circa 1000 esemplari esposti. La quasi totalità della documentazione esposta deriva da scavi archeologici effettuati nelle antiche discariche delle fornaci, rinvenute in grande quantità all’interno del centro storico di Montelupo. Le migliaia di maioliche scartate per difetti di fabbricazione (in particolare per le rotture avvenute nella seconda fase di cottura) sono state pazientemente restaurate in oltre trent’anni di attività – lo scavo metodico del pozzo è iniziato nel 1975 – e costituiscono il nucleo più importante delle collezioni rinascimentali (1450-1530) del Museo della Ceramica. Grazie a questo prezioso contenitore Montelupo può infatti documentare meglio di qualsiasi altro luogo l’attività dei propri ateliers rinascimentali. Si tratta di ceramiche smaltate che mostrano tutte le più note tipologie decorative dell’epoca, dalla palmetta persiana all’occhio della penna di pavone, dai preziosi figurati ai generi di più marcata impostazione locale, come i cosiddetti “ovali e rombi”, sino alle interpretazioni più suggestive dell’imitazione della porcellana, spesso derivati direttamente dagli esemplari orientali o dalle suggestioni montelupine di Iznick, in un contesto unico per ricchezza di varianti. Straordinaria è poi la molteplicità dei riferimenti simbolici e culturali e l’estensione della committenza, testimoniata dagli stemmi gentilizi, dalle imprese e dalla molteplicità delle insegne araldiche dipinte su questi preziosi documenti. Nei livelli del “pozzo dei lavatoi” posti tra i 13 ed i 16 metri di profondità, ad esempio, in un contesto databile tra il 1510 ed il 1520 sono stati rinvenuti molti esemplari destinati alla corte papale di Leone X: tra di essi, oltre a piatti e boccali che si fregiano dello stemma mediceo con le insegne pontificie, anche quelli per i cardinali del collegio (cardinale del Portogallo, etc.) e per Bernardo Dovizi da Bibbiena, segretario del papa figlio di Lorenzo il Magnifico.

Oltre alla fondamentale raccolta di testimonianze rinascimentali, che mostrano il ruolo delle botteghe montelupine nella costruzione formale e tecnologica della maiolica italiana, indicando nel contempo quanto profondo sia stato il loro rapporto con l’ambiente culturale, politico ed economico fiorentino – non per caso Montelupo è stato definito “fabbrica di Firenze” – il Museo della Ceramica estende senza soluzione di continuità la propria esposizione alla seconda metà del Cinquecento ed al secolo successivo.
In questo contesto si può notare come le tipologie decorative più note di questo antico centro di fabbrica, quali il figurato seicentesco (detto popolarmente “ad arlecchini” o, in epoca ancora più antica “a mostacci”), rappresentino l’ultima fase di spiccata creatività delle botteghe ceramiche valdarnesi, in un tripudio di rappresentazioni tratte dalla vita quotidiana dell’epoca, che hanno affascinato da sempre anche i collezionisti più esigenti, tanto che può dirsi non esistere al mondo raccolta di ceramiche – sia pubbliche od anche private – nella quali sia rappresentata la maiolica italiana, prive di qualche esemplare del genere.

Il Museo della Ceramica, inaugurato nel 1985, trasferito nel 2008 nella sede di Piazza Vittorio Veneto e recentemente riallestito all’interno del MMAB (Montelupo Museo Archivio Biblioteca), vanta un percorso museale che si articola su due piani. Comprende una collezione di opere ceramiche che vanno dalla fine del Duecento al Settecento, scelte tra le oltre 5.550 contenute nei magazzini. I corridoi di entrambi i piani offrono una ricostruzione cronologica della storia dell’arte ceramica e un percorso per non vedenti con mattonelle tattili e didascalie in alfabeto braille.
Le otto sale, invece, trattano otto temi specifici: la mensa medievale e rinascimentale, gli scavi, la bottega, il collezionismo, le esportazioni, la committenza, la farmacia e la sala degli animali e dei fiori, interamente dedicata ai bambini.
Il museo è inoltre dotato di un percorso per i più piccoli con attività interattive adatte a tutte le età. Fanno parte della collezione anche alcune maioliche frutto di donazioni o acquisizioni. Ne è un esempio il celebre Rosso di Montelupo (esposto nella sala dedicata al collezionismo), un bacile datato 1509 già nella collezione Rothschild di Parigi decorato a grottesche su fondo giallo e rosso, che prende il nome dal particolare pigmento rosso usato nella decorazione, la cui composizione è ancora oggi un mistero.